Enrico Montesano

Angela Matassa

Il mattatore in scena

Il mattatore Enrico Montesano torna a Napoli, al teatro Augusteo fino al 5 febbraio, con il suo nuovo show: Buon compleanno. A lui, alla carriera, al teatro. Scritto e diretto da lui, gli vede accanto quattro attori e sei musicisti.

Che cosa accade sul palcoscenico?

Lo spunto è l’arrivo di un pacco regalo per i quarantacinque anni di attività. Un modo per raccontare e raccontarmi Ricordare fatti e persone.

Per esempio?

“Una strada: Via Margutta, dove incontravo Fellini o Patroni Griffi. Ricordo mia nonna o mio padre. Ballo, canto, recito. Sono gli oggetti contenuti nei regali a darmi la possibilità di spaziare. Un mantello, un abito, una giacca di vecchi spettacoli; il frack mi consente di ricordare Gabriella Ferri e rendere omaggio alla sua interpretazione di “Dove sta Zazà”. Impersono una macchietta di Ettore Petrolini. Faccio l’elogio del tram. Tenendo presente l’attualità, propongo i miei personaggi riveduti e aggiornati”.

Quali sono?

“Ci saranno senz’altro Torquato il pensionato e la romantica donna inglese perché sono tra i preferiti dal pubblico nella mia galleria.”.

Qual è lo spirito dunque di questo nuovo show?

“Il divertimento, senza nostalgia. Con qualche riflessione. L’attore deve esibirsi, ogni pretesto è buono per farlo, quindi questo è un recital di arte varia, un’allegra serata in compagnia degli spettatori, perché senza il pubblico non esiste neanche l’attore. La festa è con loro”.

Due ore insieme, ripesca anche il teatro classico dal suo repertorio?

“Faccio un paio di monologhi, dal Riccardo III e dall’“Enrico V” di Shakespeare”.

Secondo lei, c’è ancora spazio per la satira?

“Bè, quella si può sempre fare. Sono un po’ scettico, in verità, non so più se serve, se può contribuire a cambiare le cose. Io, comunque, dò qualche stoccata, qualche frecciatina qua e là. Dico che piuttosto che aiutare i piccoli negozianti e gli artigiani, sosteniamo le banche, le multinazionali, i supermercati che li sostituiscono. Insomma, dò un taglio costruttivo, prendendo una posizione critica”.

Che cosa pensa della classe politica di oggi?

“Che ci fa penare, ci fa piangere, che se ne inventano una al giorno. Ma in realtà, l’uomo non è mai cambiato. Se leggiamo le satire di Giovenale ce ne rendiamo perfettamente conto, gli stati d’animo, i vizi, le virtù sono sempre gli stessi”.

Negli Anni Settanta, lei inventò una nuova formula per il varietà. Ci sono novità oggi nello spettacolo?

“Sinceramente non mi pare. Di cose nuove non ne vedo. Viviamo in una realtà ripiegata su se stessa”.

A Napoli è un beniamino del pubblico.

“E io ricambio quest’affettuosità. In un Paese spettacolare, tragico e superficiale come il nostro, la filosofia di vita napoletana ci aiuta. E’ una città che ha tanti aspetti positivi, la creatività, la fantasia, anche se non bastano. Ma altrove non stanno tanto meglio. Il problema dei rifiuti è arrivato anche a Roma: non hanno trovato sistemi tanto intelligenti per affrontarlo. Francia e Inghilterra fanno i professori, ma propongono solo palliativi, non soluzioni definitive”.

Ma lei, dopo quarantacinque (anzi quarantasei) anni di attività, in cui è passato dal cabaret alla radio, dalla tivù al cinema, al canto, si diverte ancora?

“E’ sempre più faticoso, ma sì, mi piace salire sul palcoscenico e vivere quella magia che si crea. Naturalmente solo se c’è il pubblico. Ecco perché nel finale, le candeline sulla torta di compleanno le spegneranno dalla platea”.

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