Famiglia, caini e arte, interrogativi aperti

Redazione

Dal 25 al 30 ottobre 2022 al Teatro Piccolo Bellini di Napoli, andrà in scena Caini, drammaturgia e regia di Mario De Masi, con Alice Conti, Alessandro Gioia, Fiorenzo Madonna, Giulia Pica, Antonio Stoccuto, che recitano sulla scena di Marino Amodio, nei costumi di Anna Verde; disegno luci di Desideria Angeloni, disegno sonoro di Alessandro Francese. Lo spettacolo ha vinto il Premio Leo Berardinis 2021. Il progetto Caini è il terzo capitolo di una trilogia che la compagnia I Pesci ha dedicato alla famiglia.

I Caini. È il soprannome che il vicinato riserva a un nucleo familiare di persone chiuse e schive, tacciate dai più di infamia e avvolte da un alone di mistero. Il padre è morto in circostanze poco chiare, lasciando soli la madre e i tre figli, due maschi e una femmina, a custodia di un segreto. La ragazza conosce in discoteca un artista, un giovane ossessionato dalla propria ricerca intorno al concetto di verità e dal processo di creazione di una nuova opera. Se ne innamora e, su pressione della famiglia, decide di presentarlo ai suoi parenti. Quando il ragazzo entra in casa, i Caini si ritrovano, loro malgrado, a confrontarsi con la sua curiosità e la sua candida trasparenza che rischiano di mettere a repentaglio il segreto e l’esistenza stessa del nucleo familiare. La sua ricerca lo conduce a toccare, involontariamente, il nervo scoperto della famiglia, suscitando così la reazione violenta dei Caini che li condurrà tutti verso un epilogo tragico e beffardo.

Con Caini vogliamo intraprendere un percorso di ricerca – spiega il regista – che indaghi i concetti di verità e menzogna, il legame tra arte e convenzioni sociali, il rapporto tra colpa e pena e la relazione necessaria tra sacro e violenza nel sacrificio. La famiglia di Caini è un nucleo chiuso ed esclusivo, fondato non solo su l’inscindibilità del legame di sangue, ma anche intorno a un segreto.
Il codice dei Caini impone loro di essere impietosi e di stare uniti. Un ordine condiviso di reticenze e dimenticanze – quasi rimozione collettiva – e un orizzonte di senso che si organizzano intorno al mantenimento del segreto. Il sacrificio del padre è fondativo. La sopravvivenza del gruppo dipende da tutto questo; la loro sopravvivenza individuale dipende dal gruppo.

Lo spazio dell’azione è la cucina – intorno ad un grande tavolo con una candida tovaglia – dove madre e figli rinnovano la loro reciproca appartenenza a un mondo greve, arretrato, coeso, fatto di misoginia paesana, religiosità viscerale e contraddittoria, un’impietosa visione del mondo. L’atto rituale del mangiare insieme è riconferma collettiva dell’identità, della specularità bestiale, della reciproca appartenenza.
Rintocchi di campane scandiscono l’andamento liturgico dei litigi tra fratelli.
Tutto ciò che è estraneo viene considerato ostile, portatore di una diversità che se non si omologa non viene riconosciuta e va dunque eliminata.


Una scena (foto di Marco Ghidelli)

L’ingresso di una figura esterna ha una portata esplosiva per le abitudini del gruppo familiare. Il discorso dell’artista sulla verità e il suo modo di essere aprono una breccia nell’identità monolitica dei Caini e fanno emergere dubbi, fragilità che rischiano di mettere in discussione la stessa presunta inscindibilità del loro patto di sangue. A questo punto lo scontro tra prospettive e modi di stare al mondo diviene inevitabile e riconferma le rispettive identità, rimarcandole e irrigidendole.
La situazione precipita quando l’artista espone la sua visione, l’intuizione che porterà alla prossima opera. La sua ricerca della verità funge involontariamente da “trappola per topi” per la coscienza sporca di sangue dei Caini. Quale può essere dunque la relazione dell’artista con la società? È possibile ascoltare e comprendere l’altro al di fuori di un enorme e pericoloso equivoco?”.

 

 

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