Familie Flöz: questo è il mio corpo

Angela Matassa

Torna la magia di Familie Flöz, anche se stilisticamente diverso dai precedenti. Al Teatro Bellini di Napoli, fino al 28 aprile 2024, va in scena Hokuspokus, un’opera della compagnia, composta da Fabian Baumgarten, Anna Kistel, Sarai O’Gara, Benjamin Reber, Hajo Schüler (regista), Mats Süthoff e Michael Vogel.

Il collettivo tedesco, che affascina e commuove con la dolcezza, la poesia delle storie e dei personaggi, aggiunge in questo nuovo spettacolo la musica live, video-creazioni, canto e suono. Le telecamere dal vivo, proiettano volti e formano disegni davanti agli occhi del pubblico.

La storia è molto semplice: una giovane coppia (forse Adamo ed Eva) iniziano il loro percorso nella vita. Dall’Eden scendono nel primo appartamento, dove formeranno il nucleo familiare. Per padre, mamma, nonno, un figlio dopo l’altro, il tempo passa con le sue tappe, fondamentalmente uguali per tutta l’umanità. Il titolo Hokuspokus è una verbalizzazione della frase latina ‘Hoc est enim corpus meum’ – “Questo è il mio corpo”, appunto.

Così i capelli imbiancano, i compleanni si susseguono, i volti cambiano, il nonno muore. E qui la prima vera immagine poetica: la maschera proiettata sul fondo si trasforma a poco a poco in un albero sempre più fitto. Il ritorno alla terra riempie il palcoscenico e l’animo degli spettatori.

I figli crescono, partono per altri lidi, la vecchia coppia lascia l’appartamento, con valigie e bagagli.

Qui un forte simbolo: le chiavi della casa vengono consegnate ai prossimi giovani abitanti. I colori forti negli abiti gialli dei nuovi inquilini rompono la tristezza del grigio e del nero, che aveva riempito la scatola-casa sul palcoscenico.

Come sempre incredibilmente, le maschere seppure uguali, pare che sui visi degli attori irriconoscibili, assumano espressioni e forme ogni volta differenti.

Familie Flöz

La bravura di questa compagnia, la maestria della gestualità e dell’uso del corpo, rendono verosimile questa sensazione. Un’altra novità dell’ultima produzione, è la presenza a tratti in scena degli interpreti senza maschere, come a voler mostrare la creazione anche della messinscena e il gioco tra realtà e finzione.

Resta comunque l’incredibile magia, che punta proprio all’immaginazione del pubblico. Chi c’è dietro la maschera? Un uomo, una donna, un bambino? Ma poco importa: per la messinscena i protagonisti sono davvero i personaggi e, quando, a fine spettacolo, gli artisti si mostrano tutti insieme , l’entusiasmo degli spettatori esplode nella meraviglia e nell’applauso.

Un po’ di tristezza in più rispetto ai precedenti, colorati, allegri e meno didascalici lavori precedenti. Ma tant’è. Questo è il ciclo della vita, così originalmente raccontato. Dalle origini si torna alle origini. Anche del teatro.

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