Fortuna, puttana missionaria

Maresa Galli

Un momento del monologo
Un momento del monologo

Al Teatro Elicantropo di Napoli Roberto Azzurro mette in scena la letteratura a teatro con La Venere dei terremoti. Il cimento amoroso di Luigino Impagliazzo e Fortuna Licenziati, il racconto di Manlio Santanelli presentato da Eventi Mediterranei e Ortensia T. Come sempre, Santanelli dipinge tutto un mondo realistico/poetico con i suoi personaggi umanissimi che riportano alla memoria affreschi di una Napoli – sempre coprotagonista – verace e vulcanica, sensuale e crudele, bellissima come Fortuna.

Napoli, nel 1980: Luigino Impagliazzo, “incolore geometra”, sospira e dedica ogni suo pensiero all’irraggiungibile, provocante, ipertrofica Fortuna che quando scende dai quartieri lascia l’uomo sassificato. Il racconto della travolgente, totale passione di Luigino è un fiume in piena di confessioni erotico-amorose, di metafore, di speranze e deliri, del duro scontro con la realtà. Donna Fortuna è la femmina di Albino Marra, macellaio basso e pistolero, un mammasantissima – una fortezza inespugnabile. Lui, sfortunato uomo comune, al massimo Don Giovanni a Teduccio al quale Mozart mai avrebbe dedicato pagine d’opera, può solo sognare l’impossibile e scioperare, ammalando il proprio corpo e la propria anima.

Perfetta la fusione del monologo e della partitura musicale intessuta finemente dal pianoforte di Rebecca Lou Guerra, che da Beethoven a Bach a Mozart a “Sarabande” di Haendel, tema del magico Barry Lindon, ben sottolinea le sfumature cromatiche e i contrappunti dell’intensa scrittura di Santanelli. Strepitosi quadretti di vita familiare restituiscono umanità al protagonista che vive un rapporto quasi simbiotico con la “vedoveneranda” madre, avvezza ai suoi regali e alle sue attenzioni fino a quando non è entrata “una zoccola” nella sua vita… E così esilarante il grottesco racconto (ma può un boss morire con dignità?) dell’uccisione di Albino Marra, macellaio macellato e trasformato in minotauro, con una testa di mucca infilata sul capo. Lucido/delirante il discorso della madre di Marra a caccia di vendetta, e perché no di un utero da farsi impiantare per partorire colui che vendicherà l’amato figlio…

Imperdibile il dialogo tra Luigino e Fortuna, a lungo corteggiata e ricoperta di fiori, finalmente alla prova del nove all’Hotel Excelsior, albergo a cinque stelle degno del loro amore. Ma l’evento dirompente, catastrofico, capace di mutare per sempre la storia, qualunque storia, è il terremoto che trasformerà la generosa Fortuna in “puttana missionaria”, una Bocca di Rosa che dispensa amore ai malati sfortunati di paesi lontani. Come sempre, un finale spiazzante. La prosa di Santanelli è un felice melting pot letterario, barocca e ricercata nella scelta perfetta di aggettivi e iperboli, di parole sensiche e musicali al massimo, che ora cullano ora spiazzano, ora restituiscono umanità ora trasportano in un altrove – il caos della magmatica città si rispecchia nel caos linguistico. Strepitosa interpretazione di Roberto Azzurro che firma anche la regia della messa in scena che conferisce ad ogni parola peso e spessore, e insieme leggerezza e seduzione nel verso soffio vitale.

 

 

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