Fragilità umane

Angela Matassa

Una scena (foto Laila Pozzo)
Una scena
(foto Laila Pozzo)

E’ il dramma dei ricordi, è il dramma del dolore, è il dramma dell’irrisolutezza Lo zoo di vetro di Tennessee Williams che Arturo Cirillo porta in scena in un allestimento originale. Nel rispetto assoluto del testo, il regista partenopeo ne dà comunque una propria visione, sia nello svolgimento dell’azione che nell’ambientazione. La casa non ha pareti, i segni disegnati sul pavimento citano il bellissimo film “Dogville” di Lars Von Trier. Gli attori sono sempre in scena, se non al centro ai margini come in altre stanze della casa. Non c’è alcun riferimento americano, nemmeno nella musica: Cirillo sceglie le canzoni di Luigi Tenco, la sua malinconia, la sofferenza per un futuro che non si realizzerà. Tom è personaggio e narratore, racconta perciò il passato facendo rivivere l’intera vicenda familiare.

Straordinari gli attori che disegnano la famiglia: Milvia Marigliano veste i panni della madre: soffocante, logorroica, condizionante e sconfitta. Monica Piseddu, eterea Laura, la figlia “zoppa”, priva di colore e di corteggiatori, chiusa nel suo mondo fatto di piccoli “fragilissimi” animali di vetro e di canzoni tristi. Lo stesso Cirillo, il figlio Tom, costretto a un lavoro che non ama per mantenere la famiglia, che trova rifugio nei cinema e nei bar. Edoardo Ribatto, l’amico Jim, vivace e intraprendente, momentanea illusione di novità e di futuro.

Un mondo di sconfitti, sempre attuale nelle dinamiche familiari chiuse, di personaggi che si contorcono nei sensi di colpa, nei sentimenti forti, senza avere la forza di un riscatto, vivendo nell’eterno rimpianto di cui parla Tennessee Williams.

Una scena (foto Laila Pozzo)
Una scena
(foto Laila Pozzo)

Eppure, il contrasto esplode. Tom rinfaccia alla madre le sue colpe, la miseria intima e reale nella quale ha relegato se stessa e i suoi “bambini”, lasciando la casa come fece il padre molti anni prima.

Realismo e astrattezza nell’idea registica di Cirillo, che da anni esplora l’animo umano dei protagonisti della drammaturgia moderna e contemporanea, con punti di contatto tra autori e personaggi come in questo caso in cui egli stesso dice, ritrova il tanto amato Annibale Ruccello.

Al Teatro Nuovo di Napoli fino al 15 febbraio 2015.

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