Fulvio Pastore: Jerry il dentino con i Brutos

Angela Matassa

Fulvio Pastore. Un attore interessante, con alle spalle una carriera varia e insolita per un artista napoletano. Iniziò nella sala de La porta infame, portando alla ribalta il cabaret, quello vero, “mitteleuropeo”, dice.

Fulvio, cominciamo dalla fine. Oggi, grazie alla bella voce, lei si dedica a regalare letture di nuovi libri per le presentazioni al pubblico. E poi?

“Ormai ho lasciato il mestiere, anche se non da moltissimo. Ho partecipato ad alcune fiction quali La squadra, Un posto al sole, per esempio, allo spettacolo di Giacomo Rizzo Vieni, vieni al varietà. Direi che quando mi chiamano accetto volentieri, ma non vado a cercare scritture”.

Perché? E’ così terribile la situazione attuale?

“Innanzitutto, non c’è più il pubblico di una volta. Oggi lo spettatore è distratto, magari invia messaggi dal cellulare, è poco interessato alla drammaturgia, va a teatro come se stesse nel salotto di casa propria. E, soprattutto, va per divertirsi e rilassarsi. Così, molti cartelloni a Napoli, sono infarciti di spettacoli tutti uguali, leggeri, comici. La gente non si reca a teatro per ascoltare l’autore, il testo, piuttosto per vedere il bell’attore. Ma se si segue questo gusto del pubblico, diventa un circolo vizioso e tutto finisce lì”.

Fulvio Pastore uno dei Brutos

E degli attori, che cosa pensa?

“Purtroppo, si bada alla fotogenia, all’aspetto esteriore. Al cinema e alle fiction televisive s’insegna un naturalismo recitativo, che abbandona ogni canone attoriale: non c’è dizione, né pronuncia chiara. Oggi gli attori usano il microfono sulla scena, anche per sovrastare la distrazione del pubblico. Il rito del teatro sembra finito”.

Prevede un disastro per il futuro.

“Immagino scene virtuali, realtà aumentata, ologrammi che sostituiscono gli interpreti, intelligenza artificiale. E’ una pena. Tuttavia, in Inghilterra, a Siracusa e nei teatri antichi, gli spettacoli risultano sempre esauriti, eppure propongono i classici della tradizione, nel rispetto dei testi. Al Pacino spopola, Il Berliner Ensemble recita ancora Brecht secondo la sua lezione. Non è detto che ci si debba annoiare con i grandi testi. Quindi, ritengo che il pubblico vada educato”.

Continuando il nostro viaggio a ritroso, ricordiamo le tappe principali del suo percorso.

“Ero giovane. Mi volle Nunzio Gallo, che mi aprì la strada. Negli Anni Settanta ero in compagnia con Nino Taranto, quando le messinscena facevano le tournée. Ho recitato con Arnoldo Foà, Tato Russo, i Maggio, recentemente con Cerciello. Al cinema con Mario Merola. A Telenapoli. Al Teatro San Carlo. Poi, alla Rai, ho recitato nei grandi sceneggiati televisivi e radiofonici negli Anni Ottanta, in seguito come doppiatore e come speaker del notiziario”.

Con Nino Taranto in “Mestiere di padre” di Viviani

Non dimentichiamo la chicca: I Brutos, gli antesignani del demenziale.

“Sì, ero Jerry il dentino. Quella è stata un’esperienza bella e importante. Siamo andati molto in giro, oltre che in televisione. Così ho conosciuto Corrado, Baudo, Rascel e tanti altri personaggi di alto livello. Poi ho lasciato. Il mio carattere da sindacalista (ruolo che ancora ricopro) non mi permetteva di essere sereno. La mia concezione dell’attore è una: deve saper recitare, cantare, ballare e… tirare di scherma. Non sono più i tempi di Gassmann e Randone, che si alternavano nei ruoli di Otello e Jago”.

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