Il popolo che segue il sole

Maresa Galli

Un campo Rom in Italia
Un campo Rom in Italia

Da sempre i rom vengono in Italia e molti gruppi fanno parte di regioni italiane. Secondo un report di Avvenire del 2010 i rom e sinti nel mondo sono tredici milioni, nove milioni in Europa e centocinquantamila in Italia: un numero quindi ridotto di presenze rispetto alla popolazione dei vari paesi. La popolazione rom, composta da 10-12 milioni di persone, è una delle minoranze più grandi e svantaggiate d’Europa, discriminate ed escluse. Durante l’”Olocausto degli zingari” ne sono stati sterminati cinquecentomila. Oggi la loro vita si consuma nei campi della vergogna, in insediamenti spesso illegali che mancano di acqua, servizi igienici ed elettricità. La discriminazione sistematica li rende vittime di sgomberi forzati. Discriminati nel mercato del lavoro, esclusi dalle case popolari, sono costretti ad insediamenti informali. Gli sgomberi forzati violano il diritto internazionale. Amnesty International ha documentato vari casi di sgomberi forzati in Italia, Romania, Slovacchia, Serbia, Ungheria e Repubblica Ceca. Il diritto a un alloggio adeguato è garantito dall’articolo 11 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Escr) e da diversi trattati internazionali e regionali in materia di diritti umani.

L’art. 19 della Carta dei Diritti dell’Unione Europea stabilisce che “le espulsioni collettive sono vietate” e l’art. 21 vieta “qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, razza, colore della pelle, religione, etnia…”. La legge, firmata dagli Stati europei, salva dunque la dignità dei rom ma fa morire la dignità di politici e cittadini che si mettono sotto i piedi la Carta Europea dei Diritti pur sottoscritta. Ed il dramma dell’esclusione si aggrava quando le vittime sono i bambini. In diversi paesi dell’Europa orientale e centrale i bambini rom vengono assegnati a scuole e classi destinate ad alunni con “lievi disabilità mentali” oppure segregati etnicamente in scuole e classi ordinarie. I pregiudizi di genitori non rom danno vita alla “fuga bianca”, dove i genitori non rom trasferiscono i loro figli se frequentano classi in cui ci sono bambini rom. L’art. 3 della Convenzione Internazionale ribadisce che “va sempre salvaguardato l’interesse del minore al quale vanno riconosciuti i diritti fondamentali della persona”. Il Piano Europeo (2012) sottolinea la necessità di un Piano Strategico di Interventi, che includa l’integrazione a tutti i livelli -scolastico, lavorativo, della salute e dell’abitazione “e la Regione Campania, approva in Consiglio Regionale (2010) le Norme per l’inclusione sociale, economica e culturale delle persone straniere residenti in Campania” attraverso il Piano Strategico Triennale con la collaborazione della Consulta Regionale dell’Immigrazione e dell’Osservatorio Regionale. E’ cambiato, di recente, l’atteggiamento politico verso i rom considerato che l’ex ministro degli Interni Maroni, non molto tempo fa, chiese la schedatura dei rom con le impronte digitali prese anche ai bambini. Oggi si cercano alternative ai campi abusivi con insediamenti abitativi, le associazioni per gli immigrati si impegnano per l’inclusione scolastica dei rom. Le autorità locali e nazionali sono obbligate a realizzare il principio di non discriminazione. La segregazione delle famiglie rom nei campi potrà terminare solo quando esse potranno accedere in condizioni di uguaglianza ad altre forme di alloggio, compresi gli alloggi pubblici. Ma allora perché i bambini rom continuano ad essere oggetto di scherno da parte di buona parte dei cittadini dei comuni dove vivono ghettizzati come ladri, sporchi, violenti? Cosa dire delle due piccole rom, Violetta e Cristina, morte annegate a Torregaveta perché nessuno le ha aiutate a salvarsi? Perché il piccolo Claudio di tre anni, a Fuorigrotta, è stato bruciato dall’acido lanciato da una finestra? Perché i genitori di alunni di una scuola alla periferia di Napoli incendiarono un campo rom per non avere bambini rom a scuola? Forse perché, accanto alla politica di bonifica degli insediamenti per una popolazione che non supera le tremilacinquecento unità, occorre una politica dell’accoglienza dell’altro, il diverso, che non è il problema ma la soluzione del problema, poiché chi vive fra noi o si integra o domani accenderà la miccia della guerra civile, una guerra fra poveri che non avrà vinti né vincitori. Moni Ovadia titola un suo articolo “I rom e la nostra infanzia”. “La nostra società europea – scrive il celebre drammaturgo e attore – si definisce orgogliosamente democratica. I politici che la governano parlano con fierezza dei diritti di cui godono i cittadini che la abitano, ripetono che sono diritti sacrali istituiti in carte costituzionali celebrate come grandi conquiste dell’intera umanità”. Si tratta spesso di enunciazioni formali poiché “un’autentica civiltà del diritto – si giudica in primis dallo status formale e sostanziale che garantisce alle minoranze ed alle alterità di fede e di cultura”. Una città come Napoli, con novantanove etnie presenti, se non va verso l’integrazione prepara la disgregazione del tessuto sociale. Scrive Mariapia Bonanate in apertura del volume “Una storia da raccontare” a cura di Gabriele Guccione e Carla Osella, che la lunga storia del “popolo che segue il sole” che non ha mai dichiarato guerra a nessuno, è finita “sotto una montagna di semplificazioni che ne hanno esaltato gli aspetti scomodi e fastidiosi e cancellato quelli importanti e gloriosi”. Proviamo a compiere uno sforzo di memoria.

 

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