Grandi attori per Arthur Miller

Maresa Galli

Una scena
Una scena

Il Prezzo (The Price), di Arthur Miller nella traduzione di Masolino D’Amico, è andato in scena al Teatro Diana di Napoli. Brava e affiatata la compagnia Umberto Orsini che si avvale dell’ottima regia di Massimo Popolizio, anche interprete del personaggio principale Victor Franz, sergente di polizia aeroportuale dalla mente brillante, scientifica, costretto a ripiegare su un lavoro sicuro, di routine: siamo negli anni immediatamente successivi al ’29, quelli della grande crisi che mise in ginocchio l’economia americana. La piéce si svolge sul finire degli anni ’50. Miller scrisse che il prezzo, nella vicenda privata del dramma, è il prezzo della negazione; come, nel ‘68, lo era stato quello della negazione da parte dell’America della guerra in Vietnam. Il prezzo è quello della vendita dei mobili di famiglia che appartengono a due fratelli che non si incontrano da sedici anni. In mezzo alla storia tanta polvere, mobili fuori moda che raccontano un benessere illusorio schiacciato dalla grande crisi, benessere ormai tramontato e dell’impossibilità di cambiare stile di vita. Fuori i rumori della demolizione di vecchi fabbricati, all’interno dell’appartamento un’esplosione di vecchi rancori, rinfacciamenti, rimproveri, da parte di Esther (Alvia Reale), moglie di Victor, infelice e dedita al bere e tra loro e gli altri personaggi dell’amara commedia.

Entra in scena il saggio antiquario Gregory Solomon interpretato magistralmente da Umberto Orsini, “vecchissimo ebreo che ha attraversato mille peripezie, che è caduto e si è rialzato mille volte nella sua lunga esistenza”, come spiega Masolino D’Amico, per concludere che l’unica cosa importante è non arrendersi mai. Victor, apparentemente vittima, è il fratello che ha deciso lucidamente di sacrificare la propria vita per assistere il padre. Sembrano disprezzarlo la terribile e saccente moglie Esther, disposta a tendere una mano al cognato pur di ricavarne un beneficio economico, e il fratello Walter (Elia Schilton), che vuole aiutare Victor a patto di guadagnarci qualcosa. Walter, che era meno brillante del fratello, grazie al proprio egoismo ha fatto carriera come medico e rinfaccia al fratello la sua colpevole passività perché il padre aveva ancora soldi da parte e la capacità di lavorare. In mezzo a loro Solomon che ha già letto il futuro con l’amarezza e la grandezza di chi sa che anche a novant’anni la vita offre sempre un’altra possibilità.

Ottima la regia di Popolizio che sottolinea lo scorrere impalcabile del tempo e le nevrosi ibseniane della pièce, molto bravi gli attori, bella la scenografia a cura di Maurizio Balò. Ruba la scena a tutti Orsini nel finale, nel suo logoro soprabito e cappello, col suo balletto finale sulle note di vecchi dischi sottratti alla polvere. Tutto è compiuto e il consumismo, il denaro costringono al disincanto dopo aver minato ciò che è eterno.

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