Ipazia, agnello sacrificale del lockdown della ragione

Renato Aiello

Tra i dialoghi che più restano impressi del testo di Hypàte, scritto e diretto da Aniello Mallardo, ultimo spettacolo della stagione di Sala Assoli a Napoli andato in scena il 20 e il 21 maggio, c’è sicuramente quello in cui Oreste, prefetto della città di Alessandria, proibisce alla filosofa Ipazia di insegnare alla gente: ella sarà confinata in casa per il suo bene a causa della marea montante del fanatismo religioso.

Dopo l’esperienza della pandemia con le varie chiusure e restrizioni per il covid-19, è inevitabile infatti ripensare alla didattica a distanza. Il virus che colpì nella tarda antichità la più importante città della provincia romana d’Egitto riguardava però l’odio, l’antisemitismo, l’intolleranza, la ghettizzazione di un paganesimo ormai sconfitto da un impero diventato cristiano a tutti gli effetti. La drammaturgia di Mallardo diventa così lo specchio di questi primi anni Venti del nuovo millennio, e la figura di Ipazia, geniale e colta intellettuale alessandrina sacrificata sull’altare dell’integralismo cristiano, torna ad essere un simbolo, nonostante la ricerca dei fatti dichiarata nelle note di regia.

Una scena

Una strega empia e pagana per i monaci militanti del vescovo Cirillo, ma allo stesso tempo santa martire per l’Illuminismo e campionessa laica ante litteram del metodo scientifico astronomico moderno, avendo anticipato di secoli le intuizioni eliocentriche copernicane e quelle ellittiche di Keplero.

L’Ipazia di Serena Mazzei sembra già pronta per il lungo processo della Storia, in attesa di un eterno e ciclico verdetto che si consuma da più di mille anni. Come il suo nome suggerisce (Hypàte era una delle tre muse Delfiche della Lira, nonché la nota più alta delle tre corde su cui si articolava la scala musicale greca), tutto ciò a cui anela è l’equilibrio, l’armonia del pensiero e della musica. Ipazia infatti invoca l’aulos gioioso e la pace tra Elleni, Cristiani ed Ebrei in una città che era sempre stata faro di cultura e convivenza fraterna. Perseguitata da coloro che prima erano perseguitati, nel solito gioco dei corsi e ricorsi storici di Vichiana memoria, Ipazia è l’agnello sacrificale del lockdown della ragione, divisa tra la protezione dell’amato Oreste, l’odio perentorio del vescovo Cirillo e il cristianesimo moderato dell’ex allievo Sinesio, rispettivamente interpretati dagli attori Giuseppe Cerrone, Luciano Dell’Aglio e Andrea Palladino.

 

 

 

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