La banalità dell’odio nell’italiano medio

Renato Aiello

 

Negli ultimi giorni ha colpito la notizia secondo la quale una famiglia aveva rifiutato una trasfusione di sangue al proprio figlio da donatori vaccinati, chiedendo espressamente “sangue no vax” per motivi religiosi e ideologici.

Un fatto di cronaca che ricorda sinistramente il passaggio chiave del film “Non odiare”, in cui il medico ebreo Alessandro Gassmann salvava la vita a un ragazzo neonazista che inizialmente rifiutava quel plasma, giudicato “spiritualmente infetto”. E che riporta alla mente il clima di intolleranza, fanatismo, odio da tastiera e rigurgiti fascisti degli ultimi anni in Italia, raccontati sul palco del Nuovo Teatro Sanità a Napoli il 5 e 6 febbraio 2022 nello spettacolo “Settantuno”, scritto da Riccardo Pisani e interpretato da Nello Provenzano (contributi foto e video di Luca Scarpati, disegno luci di Gaetano Battista e aiuto regia di Angela Rosa D’Auria).

Nella smorfia napoletana questo numero rappresenta l’uomo “di merda”, riprovevole, lo stesso che il bravo Provenzano anima nella stanzetta improvvisata sul palcoscenico: Flaviano, un eterno bambinone 40enne che ancora convive con la madre – cui sarà riservata un’infausta sorte -, senza un lavoro chiaro e preciso, ma con la certezza dell’odio sempre a portata di mano.

Una scena di “Settantuno”

Odio per il prossimo, incarnato dall’immigrato africano che sbarca sulle nostre coste coi gommoni; odio per la sinistra salottiera radical chic; e odio ovviamente per gli omosessuali, tornati alla ribalta degli strali politici con l’affossamento del DDL Zan e con le polemiche sanremesi fioccate fin dalla prima serata di festival. Ce n’è per tutti e per tutto, tra la colazione da “bamboccione” viziato e due colpi al sacco da boxe per allenarsi e tenersi in forma, ricordando con volgarità estrema l’ultimo flirt sessuale.

Il ritratto di questo italiano medio imbruttito e invecchiato male, nostalgico del ventennio e con una svastica sulla pelata riflessa allo specchio, aderisce in pieno, purtroppo, alle parole di pietra, ai discorsi infuocati che da anni albergano sui social network e persino su alcuni titoloni di giornali schierati. L’alibi è sempre quello del politically correct, del complottismo, meglio ancora se giudaico (perché ovviamente non ci facciamo mancare niente in Italia, nemmeno le recrudescenze antisemite), ma la montagna di incoerenza e contraddizioni non ci metterà molto a franare con l’arrivo di una sirena della polizia.

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