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La Biennale Danza 2026 si apre con la forza della memoria

Andrea Di Maso

L’inaugurazione della Biennale Danza 2026, anche quest’anno sotto la direzione artistica di Wayne McGregor, è stata affidata a uno spettacolo intenso e profondamente evocativo. Con Fampitaha, fampita, fampitàna”, la coreografa e danzatrice franco-malgascia Soa Ratsifandrihana ha trasformato il palcoscenico in un luogo di memoria, identità e rinascita, dando vita a una performance che attraversa il tempo e le geografie della diaspora.

Fampitaha, Fampita, Fampitàna-una scena
Fampitaha, Fampita, Fampitàna-una scena

LO SPETTACOLO

Il titolo, che in lingua malgascia significa “confronto, trasmissione, rivalità”, richiama un’antica tradizione del XIX secolo, antesignana delle moderne competizioni di danza. Da questo patrimonio prende forma una riflessione sul corpo come archivio vivente, capace di custodire gesti, rituali e linguaggi sopravvissuti alla colonizzazione e di restituirli al presente con una nuova consapevolezza.
In scena quattro interpreti – tre danzatori e un polistrumentista – costruiscono un dialogo continuo fatto di movimenti, suoni e silenzi. I corpi si osservano, si sfidano, si attraggono e si sostengono in un intreccio di relazioni che non segue una narrazione lineare, ma procede per immagini, tensioni ed energie condivise. Ogni gesto sembra scavare nella memoria collettiva, riportando alla luce frammenti di un passato che non viene semplicemente ricordato, ma rivissuto e trasformato.

LO STILE

La cifra stilistica di Soa Ratsifandrihana si distingue per una danza essenziale e al tempo stesso estremamente potente. Il movimento nasce da una ricerca antropologica e culturale che intreccia le tradizioni del Madagascar con quelle delle comunità caraibiche di Haiti, Martinica e Guadalupa, territori accomunati dalle ferite della storia coloniale e dalla continua ricerca delle proprie radici. Il risultato è una coreografia che non si limita a rappresentare un’identità, ma la ricostruisce davanti agli occhi dello spettatore attraverso la forza del corpo.

DANZA E MUSICA DAL VIVO

Particolarmente suggestivo è il dialogo tra danza e musica dal vivo. Il polistrumentista non accompagna semplicemente i danzatori, ma entra a far parte della drammaturgia scenica, creando un paesaggio sonoro che amplifica il significato di ogni movimento. Ritmi ancestrali, pause improvvise e vibrazioni profonde scandiscono una performance in cui il silenzio assume la stessa intensità del suono.

“Fampitaha, fampita, fampitàna” è il secondo capitolo di un percorso artistico avviato con il documentario Rouge Cratère e prosegue una ricerca sulla trasmissione della memoria tra generazioni e culture. La pluralità delle esperienze raccontate diventa il vero cuore dello spettacolo: identità frammentate trovano nuova forza proprio nell’incontro, nel confronto e nella condivisione.

Con questa apertura, Wayne McGregor imprime fin da subito una direzione chiara alla Biennale Danza 2026: uno sguardo internazionale, aperto alle nuove geografie della creazione contemporanea e alle storie che attraversano il mondo. Lo spettacolo di Soa Ratsifandrihana ne è la perfetta sintesi, un’opera di grande intensità poetica in cui il corpo diventa memoria vivente e la danza si afferma come uno straordinario strumento di dialogo tra passato e futuro.
Le foto sono di Harilay Rabenjamina

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