Latini: “A teatro siamo in salvo”

Redazione

di Danila Liguori

Non fermarsi mai. E mai cominciare, piuttosto continuare. Restituire al pubblico un entusiasmo che resiste nel tempo. Roberto Latini, attore, regista e drammaturgo, porta in scena per la prima volta in un teatro campano, al Civico 14 di Caserta, il suo ultimo lavoro. Sabato 10 dicembre 2022 va infatti in scena “Venere e Adone – Siamo della stessa mancanza di cui sono fatti i sogni”, prodotto dalla Compagnia Lombardi-Tiezzi.

Latini, in scena con uno dei più sorprendenti miti delle Metamorfosi di Ovidio, Venere e Adone. Come mai questa scelta?

“Come Shakespeare portò in scena Venere e Adone nel 1593 nel periodo in cui i teatri a Londra furono chiusi per la peste, così ho voluto fare dopo la pandemia che ci ha colpiti. Adone dopo la sua morte si trasforma in un fiore: dopo un evento triste c’è sempre qualcosa di positivo, una rinascita, la speranza, la vita. Il corpo di Adone in terra svanisce nell’aria fresca del mattino e dal suo sangue in terra spunta dunque un fiore bianco e rosso. Lo si potrebbe percepire come un ‘mito della primavera’, il mito della rinascita. Inoltre si tratta dell’occasione per il contemporaneo di inserire grammatiche nuove in un tema già trattato da Shakespeare, poi messo su carta da Ovidio”.

Adone muore nel bosco durante una caccia ad un cinghiale. Venere nulla può. Morale: talvolta anche gli Dei devono arrendersi al destino, accettare il cambiamento. Vale anche per le persone?

“Certo, la possibilità di arrendersi al destino è un sentimento degli esseri umani. In questo caso un sentimento che ci accomuna un po’ anche alle figure mitologiche. Venere e Adone narra la storia di ferite mortali, di baci sconfitti che non sanno, non riescono a farsi corazza. Anche Amore non può nulla, è incapace, sfinito, logoro. Sconfitto. Eppure, cadendo, fa un volo infinito”.

C’è qualche progetto, opera o interpretazione che ha sentito più suo durante il percorso artistico?

Una scena (foto Simone Cecchetti)

“In genere è sempre l’ultima, in questo caso Venere e Adone. Perché ogni lavoro riassume tutta l’esperienza precedente. L’opera che porterò in scena racconta bene dove e a che punto sono. Tutto il mio operato si muove lungo il filo di un confine mobile e i tanti lavori si collocano lungo tale confine che tende a spostarsi”.

Trent’anni di onorata carriera: a che punto si sente?

“Non ho mai avuto la sensazione di dover cominciare, piuttosto di continuare. Continuo il mio lavoro da 30 anni restituendo al pubblico un entusiasmo che resiste nel tempo”.

Prossimo lavoro?

“Posso solo dire che si tratta di due testi dai quali scaturisce una terza drammaturgia”.

Abbiamo parlato di speranza, rinascita. Quale messaggio vuole lasciare al pubblico che viene a teatro?

“La pandemia ci ha abituati al distanziamento, che era un modo per proteggerci. Il distanziamento sociale è quanto di più anti teatrale esista, perché il teatro è fatto per unire, non per separare. Adesso si può tornare a teatro, respirare arte. Qui siamo in salvo”.

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