Mario Gelardi

Maresa Galli

Mario Gelardi
Mario Gelardi

Mario Gelardi, pluripremiato drammaturgo, regista teatrale, scrittore, da due anni è il direttore artistico del Nuovo Teatro Sanità di Napoli, preziosa realtà culturale e sociale in costante osmosi con il territorio. “Aprire il teatro è stata una sfida oggi possiamo dire vinta. – dichiara – Niente tradizione, né spettacoli di massa ma teatro civile, d’impegno; classici, giovani e valenti autori, registi e attori per rendere sempre più partecipi i ragazzi del quartiere”. Un luogo dove Roberto Saviano quando può, passa per una full immersion nel mondo dei ragazzi, pensando al loro diritto a un futuro giusto.

Gelardi, tiriamo le somme di un altro anno di attività. Come risponde il pubblico alla programmazione e alle molteplici attività messe in campo dal Teatro Sanità?

“Abbiamo raddoppiato il pubblico; un anno fa nessuno sapeva nemmeno dove eravamo. Oggi i giovani del quartiere cogestiscono con noi la struttura: Carlo, Genny, Anna, dedicano la giornata a questo spazio lì dove prima c’era solo la realtà parrocchiale. Abbiamo dedicato l’intero mese di gennaio a Pier Paolo Pasolini, a quarant’anni dalla morte, offrendo poesia, teatro e letteratura per riflettere sul rapporto del poeta con Napoli e sulla sua eredità intellettuale. Tanti ragazzi prima ignoravano Pasolini eppure lo hanno approcciato senza condizionamenti. Abbiamo curato tante serate con i giovani del laboratorio di Ciro Pellegrino. Alcuni studiano da attori, altri apprendono i mestieri del teatro. Abbiamo promosso diverse serate di poesia, organizzate da Claudio Finelli, incontri gratuiti che hanno richiamato un numeroso pubblico. Di sicuro sono da riproporre nella prossima stagione”.

Il tuo spettacolo “La terza comunione”, con Carlo Caracciolo, Luigi Credendino e Ciro Pellegrino, ha avuto un buon riscontro di pubblico e di critica. Di che tratta?

“La pièce descrive un mondo che ormai esiste solo nei ricordi dei nostri genitori o di noi bambini e in qualche paese del profondo Sud. Chi non ricorda le litanie delle donne che recitavano insieme il rosario o che cantavano inni sacri? Ho cercato di ricreare questo mondo dando loro un’unica voce, infinite voci. Il testo è insieme monologo e dialogo. La preghiera diventa rito teatrale per una storia paradossale che ha avuto molto pubblico ad ogni replica”.

Un teatro nato scommettendo sull’impegno, la voglia di offrire uno spazio qualificato e aggregativo da fare proprio, privo di sovvenzioni: qual è stata il motivo principale di questa risposta positiva dei giovani?

”Partire senza un soldo significa fondare tutto sulla comunicazione, sul messaggio, permettere una rinascita. Qui abbiamo creato una piccola oasi. Ci sono anche scambi con le scuole dell’Emilia Romagna, di Ravenna, delle Marche con la Compagnia dei giovani che dirige Carlo Caracciolo. Abbiamo presentato “Fuori. Racconti per ragazzi che escono da Nisida”, lasciando loro immaginare la vita fuori le mura. E’ un progetto che ha coinvolto perché racconta il futuro possibile”.

Negli occhi l’entusiasmo di chi sa che deve sempre faticare, lottare ma che non è solo, forte di risultati significativi e del sostegno di intellettuali, addetti ai lavori, giovani che hanno trovato nel confronto culturale un motivo di riscatto, di concreta speranza.

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