Mishima: una vita in quattro capitoli 

Redazione

di Alberto Tuzzi

 Come “Nuova Hollywood” è definita una generazione di registi e sceneggiatori statunitensi (Martin Scorsese, John Milius, George Lucas, Steven Spielberg, Brian De Palma, Francis Ford Coppola…) diversissimi tra loro ma tutti innamorati della “settima arte”, con una particolare passione per il cinema europeo, in particolare la Nouvelle Vague ed il cinema italiano. Un gruppo di autori che, tra la fine degli anni sessanta e gli inizi dei settanta innova profondamente il linguaggio del cinema, “riscrivendo” alcuni generi di grande popolarità.

Tra i nomi nuovi di Hollywood, Paul Schrader, appassionato di cinema giapponese e di Ingmar Bergman, inizia come sceneggiatore, sensibile ai temi della solitudine, della violenza e della corruzione nel mondo contemporaneo (The Yakuza, 1975, regia di Sidney Pollack; Taxi Driver, 1976, regia di Martin Scorsese) ed esordisce alla regia nel 1978 con “Tuta Blue” (Blue collar); successivamente, con “American gigolò” (1980) e “Il bacio della pantera” (Cat people, 1982), si rivela regista capace di penetranti analisi psicologiche, riscuotendo un discreto successo di pubblico e di critica.

Il manifesto del Film

Nel 1985 realizza, con la produzione di George Lucas e Francis Ford Coppola, Mishima – Una vita in quattro capitoli (Mishima: A Life in Four Chapters), senza dubbio il suo progetto più originale e immaginifico.

Il film è diviso in quattro capitoli che, in modo onirico e con grande suggestione visiva, si ispirano ad alcune opere dello scrittore giapponese Yukio Mishima. I capitoli a colori si alternano a sequenze in un bianco e nero essenziale, che rimanda ai film di Ozu e di Mizoguchi, maestri riconosciuti da Schrader, su alcuni momenti salienti della vita dello stesso Mishima (interpretato da un grande Ken Ogata), suicida nel 1970 per protestare contro la modernizzazione del Giappone.

I capitoli del film sono: 1. Bellezza, dal romanzo “Il padiglione d’oro”; 2. Arte, dal romanzo “La casa di Kyōko”; 3. Azione, dal romanzo “Cavalli in fuga”; 4. Armonia tra Penna e Spada, è il tragico finale, il suicidio di Mishima, il culmine delle prime tre parti, l’apice della sua creatività tutta votata alla morte, che lo scrittore si dà come sua opera conclusiva, soddisfacendo la sua ansia di somigliare ad esse, estremo, paradossale tentativo di unire Arte e Vita.

Anche se non esplicitati, oltre ai romanzi che ispirano i primi tre capitoli, tutto il film è permeato da “Confessioni di una maschera” e da “Sole e acciaio”: romanzi autobiografici da cui sono tratte le sequenze sull’infanzia, l’accettazione della sua omosessualità, il tema della maschera, l’interesse di Mishima per le arti marziali e la scoperta della propria fisicità.

Una scena della pellicola

Schrader (autore della sceneggiatura col fratello Leonard e la moglie di questi, Chieko Schrader) realizza un mosaico di straordinaria ricchezza visiva, grazie alla fotografia di John Bailey, alle scenografie di Kazuo Takenaka e Eiko Ishioka ed ai costumi di Etsuko Yagyu, esaltato dalla colonna sonora dal minimalismo eclettico di Philip Glass.

Il regista, con “Mishima”, evita l’effetto bigino, realizzando uno dei più originali biopic della storia del cinema che, in un tripudio visivo, introduce gli spettatori e i lettori occidentali, in modo non didascalico, al mondo dell’autore giapponese, senza nascondere gli aspetti più controversi di una figura eticamente e politicamente discutibile, ancora oggetto di dibattito nel suo paese e nel mondo a causa delle sue tesi tradizionaliste e ultranazionaliste, sostenute fino alla sua morte.

 

 

 

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