Il 29 novembre 2011, poco più di un anno fa, moriva suicida il maestro della commedia all’italiana, Mario Monicelli. Era una notte piovosa quando compì il suo gesto estremo: lanciarsi dal quinto piano dell’ospedale San Giovanni di Roma, dove era stato ricoverato a causa di un tumore. “Non aspetterò la morte in un letto d’ospedale, con i parenti che mi portano la minestrina”, aveva dichiarato lucido in una delle sue ultime interviste televisive. Un destino dunque preannunciato e frutto di una scelta ben precisa, quella di non lasciarsi morire: se n’è andato da regista Mario Monicelli, decidendo da sé della propria vita o meglio della propria morte. Stessa sorte era toccata nel ‘46 al suo amato padre Tomaso, giornalista e critico teatrale, che invece si sparò un colpo di pistola. Questo l’epilogo di una vita completamente votata all’arte, quella cinematografica ovviamente: il suo era un cinema dal riso amaro; i film, un arguto e spietato ritratto della società italiana dell’epoca.
Viareggino, classe 1915, Monicelli è considerato il più degno esponente del volto per così dire “allegro” del neorealismo italiano. L’esordio come regista di lungometraggi avvenne nel 1937, anno in cui, sotto lo pseudonimo di Michele Badiek, diresse il film Pioggia d’estate. Dalla seconda metà degli anni Quaranta fino alla prima metà degli anni Cinquanta, proficua fu la collaborazione con il cineasta Steno, che portò alla realizzazione di film dal grande successo di pubblico come Totò cerca casa (1949), Totò e i re di Roma (1951), Guardie e ladri (1951) e Totò e le donne (1952). Tra le opere che lo hanno portato alla consacrazione come regista, non possiamo non menzionare: I soliti ignoti del 1956, girato con un cast d’eccezione (Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Claudia Cardinale, Totò); La Grande guerra che nel 1959 vinse il Leone d’oro ex-aequo con Il Generale della Rovere di Rossellini; L’armata Brancaleone (1966), con uno straordinario Gassman, che fu un vero e proprio trionfo; La ragazza con la pistola del 1968 che esaltò le qualità da comica dell’attrice Monica Vitti; il film, tra i più imitati della commedia all’italiana, Amici miei (1975) con Ugo Tognazzi, Philip Noiret, Adolfo Celi, Gastone Moschin; e tante altre pietre miliari che hanno fatto la storia del cinema italiano.
Uomo dall’acuta intelligenza, cinico, lontano da ogni tipo di retorica e commemorazione, Mario Monicelli se n’è andato senza abbandonarsi ad alcuna disperazione. Un anno fa la perdita del maestro ha gettato il mondo del cinema – e non solo – in uno sgomento insanabile. Tuttavia, a colmare un tale vuoto saranno proprio le sue opere immortali e la grande lezione di dignità che con la sua stessa morte ci ha lasciato.
Chiara Ricci





