Moscato e la libidine delle parole

Angela Matassa

Io faccio quel che devo”. Con questo assioma Enzo Moscato spiega come nascono i suoi personaggi e i suoi copioni. “Non è l’autore a cercare le storie, ma sono le storie a cercare lui. Arrivano da dentro e lo costringono a scrivere”, specifica il drammaturgo partenopeo, che martedì 15 novembre 2022 debutterà al Teatro San Ferdinando di Napoli, con Libidine violenta, un testo scritto per la prima volta nel 1994, idealmente dedicato al francese Copì, uno degli autori che più lo affascinano, da lui anche diretto e interpretato. “Non ho modificato molto, – commenta – non ce n’era bisogno e lo metto in scena con una bella e numerosa compagnia di giovani”.

Noto al pubblico per i suoi testi assolutamente originali, tanto diversi tra di loro eppure segnati dall’inconfondibile stile della sua ispirazione, Enzo Moscato passa dal monologo, al dialogo alla messinscena ricca come questa. “Di solito sono solo sul palcoscenico, con un leggìo o qualche oggetto, non amo le scenografie che spiegano già tutto. Credo che lo spazio scenico sia una questione mentale. – chiarisce – Ma qui, grazie alla produzione, ci sono anche le scene”.

Una scena dello spettacolo

Posta su due livelli, l’ambientazione vedrà Moscato sul piano superiore, nelle vesti a lui solite del protagonista/narratore, e in basso i personaggi che svolgeranno la drammaturgia. Sarà Reci, un’eccentrica scrittrice, o vecchia cantante fuori moda, dall’ambigua identità sessuale, che dichiara di volersi (forse) suicidare, perché non riesce a buttar giù le sue scandalose memorie e che fa di tutto per vincere la solitudine e la follia attraverso l’eccesso, il parossismo, la farsa, l’ironia. Quindi, nel fiume (o “abbuffata”di parole), tipico del suo originale linguaggio teatrale, squilleranno telefoni, per dialoghi schizofrenici, si susseguiranno visioni, ricordi, evocazioni, improbabili balletti, incontri misteriosi: tutto sarà partoritio e messo in scena dalla mente sgangherata della Reci e costantemente doppiati, replicati, proiettati, come in un vertiginoso carnevale.

Strutturazione e destrutturazione dei termini, non-sense, per uno stile sopra le righe, ricco di ironia e autoironia, che trasporta lo spettatore nell’atmosfera creata sulla scena, ma che dovrebbe raggiungerlo ‘dentro’ e provocare personali emozioni. Un testo in lingua, anche se ricco di parole, di qui la sua libidine (“nulla di osceno o proibito”) comprensibile, mentre in una sola canzone “’A vesticciolla”, antico motivo tradizionale, l’attore canterà in napoletano.

Innovatore e classico allo stesso tempo fin dagli esordi, quarant’anni fa, Enzo Moscato ripete che lui cerca di svolgere il suo compito di autore, il resto dipende dal pubblico, di cui lamenta mancanza e preparazione. “Il teatro non può morire e infatti va avanti, ma noto che manca la formazione di un nuovo pubblico, che possa accettare anche lavori poco semplici, più concettuali ed emozionali, che non raccontino semplicemente una storiella facilmente comprensibile”.

Ma è spesso lo scotto che paga l’arte. A conforto di questa sorta di “naufragio”, porta una ventata di speranza Mimmo Basso, direttore operativo  dello Stabile partenopeo. “Abbiamo notato – dice – che dopo i tre anni di lockdown e mancanza di contatto, la gente sta tornando nelle sale, ha fame di spettacolo. Ai vecchi abbonati, si stanno aggiungendo altre generazioni, segno evidente che la riapertura alla socialità ha portato a contattare anche l’arte drammaturgica per chi forse non l’aveva ancora avvicinata. Noi ci impegniamo ad accompagnare quasi per mano gli artisti”.

Prodotto da Teatro Metastasio di Prato, Teatro di Napoli e Casa del Contemporaneo,lospettacolo è interpretato anche da Giuseppe Affinito, Luciano Dell’Aglio, Tonia Filomena, Domenico Ingenito, Emilio Massa, Anita Mosca. Le scene sono di Luigi Ferrigno, i costumi di Dario Biancullo, le luci di Enrico de Capoa, il trucco di Vincenzo Cucchiara.

 

 

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