Napoli: la città che ferisce a morte

Angela Matassa

La voce del mare risuona ad ogni risacca contro le mura di Palazzo Donn’Anna a Napoli. Simbolo della “città che ti ferisce a morte o ti addormenta”, luogo di ritiro e ispirazione per Raffaele La Capria, che nel capolavoro del 1951, racconta la vita, le sensazioni, le emozioni di un universo che va oltre i limiti territoriali e temporali.

Ferito a morte è l’omonimo spettacolo che Roberto Andò ha messo in scena, al Teatro Nazionale di Napoli, sull’adattamento di Emanuele Trevi, anche per desiderio dell’autore, recentemente scomparso.

Su una scena (di Gianni Carluccio) posta su due livelli, si aprono siparietti di ambienti interni ed esterni, di personaggi familiari e non, che popolano il quartiere, l’alta borghesia con i suoi vizi e le sue virtù. Il suono del mare accompagna lo spettacolo, con contrappunti di Bach, classiche melodie napoletane, per rievocare (ed evocare) personaggi intramontabili di una città-mondo, che trasmettono tutta la teatralità e la musicalità insite nel testo.

Andrea Renzi in scena (foto di Lia Pasqualino)

Un doppio Massimo De Luca, Andrea Renzi, l’adulto, il presente, e Sabatino Trombetta, il giovane, il passato, rivivono il racconto della “bella giornata” tra pranzo domenicale, riunione al circolo nautico, sole, mare, pigrizia, ozio e pettegolezzi.

Il cast, composto da sedici attori, interpreta i ruoli del romanzo nel linguaggio che Andò definisce già “classico” per le innovazioni intuite dallo scrittore. Seduto sul suo letto a lato del palcoscenico, Andrea Renzi, a mo’ di narratore, inizia le sue memorie prima di lasciare la città natale, ricordando l’occasione mancata, come la spigola argentata che attraversa le onde, le alghe, gli ostacoli nelle profondità marine, lì sotto Palazzo Donn’Anna. Quindi i dialoghi (o meglio, i monologhi) dei vari personaggi che popolano la scena, il fratello (Giovanni Ludeno), la madre (Gea Martire), il professore (Paolo Cresta), lo zio (Marcello Romolo), la nonna (Aurora Quattrocchi), la domestica (Clio Cipolletta).

Aurora Quattrocchi e Gea Martire in scena (foto di Lia Pasqualino)

Un viaggio collettivo, il ritratto di una città quasi liquida, che sembra non cambiare mai e un flusso di parole che la racconta sulla pagina e sulla scena.

Tutti in parte gli interpreti, suggestivi la scenografia, i giochi di luce, i suoni e le musiche, che ben creano l’atmosfera del ricordo e del commiato nelle due ore (forse riducibili) dell’atto unico.

Grande accoglienza da parte del pubblico e dei numerosi addetti ai lavori presenti al debutto. Repliche fino al 30 ottobre e poi la tournée.

 

 

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