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PETRI INTERPRETA FASSBINDER PDF Stampa E-mail
Teatro - Teatro news
Scritto da Angela Matassa   
Mercoledì 19 Gennaio 2011 11:14

Da venerdì 21 al 6 febbraio, al teatro Il Primo di Napoli, Arnolfo Petri porta in scena un altro classico: Come gocce su pietre roventi, dal discusso testo di Rainer Fassbinder, che interpreta e dirige.

Leopold, affascinante cinquantenne, conosce Franz, un giovane idealista e sognatore, confuso nei suoi sogni e nei suoi progetti. La delicatezza e l’ingenuità del giovane ragazzo hanno subito effetto sull’indole vanesia di Leopold. In un sottile quanto sadico gioco di seduzione, Leopold adopera tutti i suoi artifici per conquistare il ragazzo. E alla fine il gioco funziona. Franz lascia Anna, la sua ragazza, per trasferirsi da Leopold con cui intreccia un’intensa quanto isterica relazione. Ma non tutto è come sembra. Leopold si rivela presto egoista, collerico, egocentrico. Dopo qualche mese inizia a detestare tutto di Franz e il suo gioco crudele arriva all’acme con l'arrivo di Anna e di Vera, la sua ex amante, da lui stesso invitata col pretesto di un possibile riavvicinamento.
E se Leopold ha in mente un sinistro giochino a quattro, Franz capisce finalmente l’inutilità del suo amore per lui. Dinanzi a questa impossibilità di amare non resta che farla finita. In un finale surreale, Franz muore nel disinteresse di tutti mentre le due donne, in un letto trapuntato di arazzi, aspettano Leopold per un gioco erotico e crudele.

E’ il secondo testo di questo autore che metti in scena, dopo il più conosciuto Le amare lacrime di Petra von Kant.

“Sì e in entrambi i drammi il fulcro sono le passioni, attraverso l’instaurarsi di una inevitabile divisione di ruoli tra vittima e carnefice. Qui, pietra angolare dell’incrocio dei rapporti è Leopold. E’ lui che miscelando lusinghe e personalità seduce chi gli sta intorno trascinando le sue vittime in un baratro di sottomissione. Le sue prede non sfuggono alla implacabile tela delle sue blandizie. Come gocce d’acqua, per l’appunto, i suoi amanti bruciano sulla pietra rovente della sua attrazione”.

Ti consideri un appassionato rilettore del teatro dell’anima. Che intendi?

 “Mi piace scavare nell’intimo dei personaggi portando fino all’iperbole i sentimenti, insistendo sull'impossibilità di amare e di essere felici”.

Come hai rappresentato il testo?

“Vera è sinistramente muta e con Franz e Anna diventano tristi pedine usate da Leopold, che travolge e annulla tutto dinanzi alla propria logica mercificante.
Le luci sono ghiaccio metallico, le musiche scandiscono in modo quasi cacofonico il succedersi degli atti, miscelate in modo stridente con repertorio popolare anni ’70, la scena è un appartamento chiuso da cui, dell’esterno, si percepiscono solo i rumori. Un luogo, che trascina lo spettatore in un senso di claustrofobico malessere, diventando metafora della vita e del senso del dolore. Un ambiente senza via di scampo nel quale gli amici di Leopold – e di certo gli uomini tutti -  nel loro amare o non amare si trovano, sciocche marionette manovrate da chi ne fa e disfa la dignità continuamente. Il suicidio finale di Franz è un’ulteriore prova della fugacità dei rapporti interpersonali e disperata consapevolezza che anche sentirsi vittima non riempie il mal di vivere. Ed è questo che dissolve il melodramma e trasforma il dolore in statica rappresentazione. Il dolore è sottopelle e mai rappresentato, solo immaginato e intuito, com’è il vero dolore".

 

 
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