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Interviste ai protagonisti

Maria Bolignano PDF Stampa E-mail
Interviste - Interviste ai protagonisti
Scritto da Anita B. Monti   
Lunedì 02 Gennaio 2012 21:09

Il titolo la dice tutta: Caburlesc. “Perché uniamo Cabaret e Burlesque”, spiega Maria Boliganano, ideatrice, interprete e regista dello spettacolo in scena al Tam di Napoli dal 4 al 7 gennaio, dopo il successo del debutto a Galleria Toledo.

Maria, perché questi due generi insieme?

“Sono entrambi un tipo di spettacolo popolare di arte varia, che prevede l’intrattenimento e la vedette. L’originalità qui è che comico e vedette sono la stessa persona”.

Il Burlesque è da poco approdato in Italia ma molto celebrato. Tu a quale forma ti ispiri?

“La mia visione è vicina all’originale vittoriano. Oggi ci si aspetta uno spettacolo sensuale, in cui donne bellissime finiscono con lo spogliarsi. Come avviene negli Usa. Invece, in realtà, era fatto da donne, come dire, normali, nemmeno tanto belle e perfette, con una fisicità comune. La nostra donna burlesque, infatti, è una XXXL, sexy e ironica”.

Come ti senti in un ruolo erotico?

“Molto a mio agio, perché credo che l’erotismo sia legato al modo di pensare, piuttosto che alla bellezza del corpo. Il Burlesque non è solo una forma di spettacolo è anche una filosofia di vita, non bisogna prendersi troppo sul serio. Mi spoglio un po’ alla volta, mostrando i bei costuni di Gina Oliva, balliamo sulle coreografie di Ada De Rosa. Poi resto in guepière, che è il simbolo della sensualità. Credo di essere riuscita nell’intento”.

E dal cabaret che cosa hai preso?

“La parola. Ma qui sono affiancata da due performer, un giocoliere, un cantante soul, un ring master ed una burlesquer, che sono: Francesco Mastrandrea, Daniele Mango, Simona di Maio, Dimitri Tetta, Fabio Moschetti, Luisa Picardi. Con le piume, i marbù, l’allegria, i colori forti (ho scelto il giallo) ricreiamo quell’atmosfera sofisticata e ironica del vero Burlesque, celebrando l’inadeguatezza e l’imprecisione  femminile come inno di libertà. Tra uno spogliarello a suon di anni ’80 e una gag”.

Il testo è nuovo o proponi pezzi dei tuoi spettacoli?

“Ho attinto anche al mio repertorio, riportando in scena alcuni cavalli di battaglia, ma ci sono delle novità e alcune poesie in stile”.

Al cinema ti vedremo nel film “Benvenuti al Nord”. Che ruolo ricopri?

“Sono la vicina di casa della mamma del protagonista, interpretata da una strepitosa Nunzia Schiano. E’ facile immaginare il divertimento che scaturisce dai nostri duetti e dalle gag proposte da una coppia come la nostra, così diverse sia fisicamente che artisticamente”.

 
Gigi Proietti, il Mattatore PDF Stampa E-mail
Interviste - Interviste ai protagonisti
Scritto da Angela Matassa   
Sabato 03 Dicembre 2011 20:16

Gigi Proietti ha già fatto il tutto esaurito all’Augusteo di Napoli, dove resterà fino al 17 dicembre, due giorni oltre il previsto. Propone Di nuovo buonasera, a tutti, l’ultimo show. “Proprio in questo periodo trentacinque anni fa nacque A me gli occhi, lo show scritto con Roberto Lerici, il papà di tutti i successivi varietà”. Fu un successo tanto che il mattatore non ha più abbandonato la formula. Un attore in scena, l’orchestra dal vivo e tanti generi da incrociare e “contaminare, una parola nuova che inventammo allora”.

In questo nuovo spettacolo, però, non è un one man. E’ accompagnato da due napoletani: Loredana Piedimonte e Marco Simeoli, dalle figlie l’attrice Susanna e la cantante Carlotta, l’orchestra dal vivo, il balletto.

Gigi, che cosa porti a Napoli

“Partiamo da un canovaccio su cui sviluppare tutto lo spettacolo e, stando a Napoli, riproporrò l’atto unico di Eduardo “Pericolosamente”. Mi diverto sempre a recitarlo e poi mi fa piacere rendere omaggio al grande Eduardo. Ci saranno canzoni, gag, scenette e alcuni dei personaggi che mi vengono più richiesti come Toto (nato in teatro durante uno spettacolo) e il vecchietto delle fiabe. Tutto poi finirà in una grande farsa”.

Teatro leggero, insomma.

“Ma non superficiale. La leggerezza è un’altra cosa. Non è facile, ma mi dedico a un grande genere qual è stato il varietà con l’avanspettacolo, quindi è una cosa seria e di qualità”.

Ci saranno momenti d’improvvisazione?

“Sì, certamente e dipende anche dal pubblico anche se la ritengo una cosa molto pericolosa, perché si potrebbe scatenare l’imprevedibile e prolungare molto lo show”.

La scuola di recitazione ha chiuso i battenti e attualmente dirigi un’altra struttura a Roma.

“Sì, è il Toti Globe Theatre, nato sul modello di quello inglese e realizzato in Villa Borghese. Funziona solo d’estate ed è dedicato prettamente al teatro di Shakespeare. Realizziamo cinque spettacoli con enorme successo di pubblico”.

Hai interpretato personaggi cari al pubblico televisivo, ricordiamo per tutti il maresciallo Rocca. Che cos’hai in cantiere per il prossimo futuro?

“Alla tv tornerò senz’altro, ancora in alcune fiction per la Rai. Una sarà il remake di un celebre film. Ma non posso parlarne per ora. Quanto agli show e al varietà ci rinuncio, ci vuole un’idea molto forte per riuscire. Non è come in teatro. Perciò sarò sul piccolo schermo nella prossima primavera in nuovi ruoli”.

 
Gino Rivieccio PDF Stampa E-mail
Interviste - Interviste ai protagonisti
Scritto da Anita B. Monti   
Sabato 05 Novembre 2011 17:16

E’ un “napoletano innamorato” e lo dichiara apertamente. Gino Rivieccio è in scena all’Augusteo di Napoli con La pazienza differenziata. Interprete, regista e autore del testo con Maurizio De Giovanni e Gustavo Verde, tocca un tema “molto caro ai napoletani”.

Rivieccio, ma che cos’è la pazienza?

“E’ uno stato d’animo, un modo di essere che ci accomuna tutti. E’ una cultura della quale abbiamo il Ministero, ma senza portafoglio. Scherzi a parte, m’interessava affrontare quest’argomento che esprime la nostra capacità ad adattarci alle situazioni più disparate, a delegare, sempre in attesa di qualche ‘deus ex machina’ che risolva le cose. Siamo talmente bravi ad aspettare, che potremmo tenere degli stage”.

Perché è differenziata?

“Perché quando è troppo, è troppo. La pazienza potrebbe anche essere considerata una virtù, ma se si esagera diventa un difetto, quindi va misurata”.

Che tipo di spettacolo hai messo su?

“E’ la fotografia del momento attuale. Ne ho fatto uno show a modo mio con momenti divertenti, ironici, ma anche riflessivi, incentrato su di me, ma nel quale non sono solo: in scena ci sono Rosario Minervini e Fiorenza Calogero, con la sua bella voce interpreta alcuni brani che amo, una tammurriata, “’A rumba d’e scugnizzi”, “Chella d’’e rrose”. Siamo accompagnati come sempre dai cinque musicisti della band del maestro Minale”.

Per la prima volta firmi i testi anche Maurizio De Giovanni. Come mai proprio lui?

“E’ un napoletano che fa, che si batte, che agisce. E’ arguto ed elegante. Ha dato un contributo interessante e insieme ci completiamo. Gustavo va bene sulla battuta, io mi occupo della situazione, lui punta alla riflessione”.

Su che cosa premi l’acceleratore della risata?

“Parto dalla questione della spazzatura, naturalmente, ma è solo un inizio. In fondo questa è una vera tragedia che ha colpito Napoli, un disastro, però è anche un campanello d’allarme. Poi si va avanti con i monologhi e gli sketch. Siamo convinti che la satira sia l’adeguato inceneritore, dove riporre i rifiuti e i finti spazzini che ci circondano”.

Alla politica quanto spazio dai?

“Come sempre, ci saranno i nostri amministratori. Nel primo tempo dedico un quadro al sindaco. De Magistris ha un ruolo importante, è il più visibile e spero si diverta. Ma anche la scena dedicata a Bossi rappresenta un momento forte. La Lega e la questione della secessione offrono molti spunti di riflessione”.

C’è un messaggio?

“Quando non ci s’indigna più, non va bene. Ho l’impressione che siamo diventati afoni, non ci facciamo sentire. Invece, è ora di arrabbiarci, di rimboccarci le maniche, di reagire. E mi pare di sentire in giro una voglia di riscatto, un bisogno di ripresa. I napoletani fanno più storie nelle riunioni di condominio per questioni personali, che per i problemi della collettività. Qui non si fa gioco di squadra: tutti vogliono fare goal e nessuno arretrare in porta. E’ ora di finirla”.

Sembrerebbe quasi il sequel dei precedenti “Mettetevi comodi” e “Quanno ce vo’ ce vo’”.

“Infatti, è una sorta di trilogia. Con questo show completo i miei appunti sulla città e lo faccio da napoletano innamorato, cioè quello che non vede i difetti e che non arriverà mai al divorzio. Perché la pazienza è parente stretta del perdono. Ma forse i pregi superano i difetti e così restiamo. Lo spettacolo però lo dedico anche ai chi se ne va, ai ‘cervelli’ in fuga, a chi non ce la fa”.

Dunque,  che cosa fai per Napoli e il suo riscatto?

“Poiché l’amo cerco di esaltarla e di esportarla in maniera elegante, non nascondo la verità, ma non la copro di fango”.

Altri progetti?

“Questo spettacolo diventerà un libro (il mio secondo), anche questo accompagnato dal dvd, edito da Graf”.

 
Vito PDF Stampa E-mail
Interviste - Interviste ai protagonisti
Scritto da Anita B. Monti   
Sabato 05 Novembre 2011 17:09

Torna a Napoli con lo spettacolo Se Garibaldi scende da cavallo di Maurizio Garuti, con la regia di Silvio Peroni, in scena al teatro Sancarluccio di Napoli da venerdì 4 novembre. “E’ un monologo giocoso che fa riflettere, - spiega il protagonista,  Stefano Bicocchi, in arte Vito - dedicato all’Unità d’Italia, in cui il noto attore emiliano porta in scena l’Eroe, Mazzini e Cavour.

Vito, e se scendesse da quel cavallo, Garibaldi che cosa farebbe oggi?

“Credo che rimonterebbe in sella il più in fretta possibile. Quando gli chiedo perché non si è interessato ai beni materiali ma ha pensato agli ideali mi risponde che non sarebbe stato un buon esempio per gli italiani di domani”.

E’ tuttora una figura controversa voi da che parte state?

“Il testo parte da documenti veri, lo raccontiamo con ironia, in maniera scherzosa, diamo una spolveratina al suo personaggio, mostriamo Garibaldi soprattutto come uomo con le debolezze e le passioni, ma è un eroe vero che ha pagato per questo. Colpito dalla politica di allora, ferito apposta proprio quando si muoveva verso Roma, regno del Papato. Siamo un Paese unito grazie a lui e dobbiamo continuare ad esserlo”.

Quali sono i temi che affrontate?

“E’ uno spettacolo di memorie di ieri e di oggi. Ricordiamo la storia ma cerchiamo i punti di contatto tra noi e lui, scherzo sulla sua passione per le donne, cito i segni che ha lasciato lungo il percorso”.

Che cosa vedremo in scena?

“C’è una grande statua di cartone che rappresenta l’eroe sul suo cavallo, io sono un custode-narratore suo fan che ogni giorno la ripulisce da cartacce e rifiuti e parlo con il pubblico”.

Lei ha creato per la televisione un personaggio muto, Vito, appunto. Quando ha deciso di passare alla parola?

“E’ l’evoluzione dell’attore. Volendo fare altro, dovevo cambiare”.

E ha fatto molto, dal film “Morso di luna” con Fellini, a “Ivo il tardivo” con Benvenuti al cabaret televisivo, il varietà e tanto teatro. Che cosa preferisce?

“Sono solo tre diversi generi. La televisione se fatta bene dà tanto, ma quella di oggi non mi appartiene. Il cinema è un mezzo espressivo fantastico, ma forse il luogo in cui mi ritrovo è il teatro”.

Secondo lei, che cos’è la comicità?

“Penso che quel che conta è il modo che si usa per far ridere. La vera comicità viene fuori dalle storie e non dalle battute. Così se non si hanno buoni autori non si ottiene lo scopo. Walter Chiari è un esempio di grande comicità. Inoltre, credo sia molto legata al territorio e di esempi ne abbiamo tanti, basti pensare a Sordi, Benigni, De Filippo. Ma anche l’aspetto conta: il comico non può essere bello”.

Quali progetti ha in cantiere?

“E’ appena uscito il film “Bar Sport” con Claudio Bisio ed è prossimo “Lezioni di cioccolato 2” con Luca Argentero. In teatro riprenderò “Il medico dei pazzi” in emiliano con i ragazzi dell’Associazione “Arte e salute” di Bologna”.

Ma ha anche un’altra passione: la cucina.

“Era quasi inevitabile: provengo da una famiglia di cuochi. Sto presentando il mio libro “Vito.E’ pronto in tavola. Le ricette mie e della mia famiglia” e riprenderò la collaborazione con il Gambero Rosso Channel. Il progetto è di andare a mangiare nei condomini d’Italia”.

 

 
Maria Paiato PDF Stampa E-mail
Interviste - Interviste ai protagonisti
Scritto da Anita B. Monti   
Venerdì 04 Novembre 2011 22:00

Sarò in scena fino al 20 novembre al teatro Nuovo di Napoli  Anna Cappelli, uno studio di Annibale Ruccello. Nei panni della protagonista c’è Maria Paiato, attrice pluripremiata (ha vinto il Flaiano, l’Ubu, il Duse, Gli Olimpici), diretta da Pierpaolo Sepe. “Con questo testo indaghiamo un’epoca del benessere cui la società non era preparata. – spiega il regista – Anna è la portatrice della sottocultura degli Anni Sessanta, che ha inghiottito tradizioni culturali nobili e preziose. Nella messinscena ho voluto accentuare anche il lato noir della storia”.

Maria, questo è un testo più volte rappresentato, come sarà la sua Anna?

“Il personaggio è intrigante perché offre una grande prova d’attrice. In linea con la scena scarna voluta dal regista, simulo gesti quotidiani in compagnia solo di una valigia e di un grande fondale. Anna Cappelli è una piccolo-borghese, specchio della società dell’epoca, in evoluzione e cambiamento. Cerco di esprimere la sua trasformazione, la disperazione che la porta alla follia, puntando sul lato malefico, sulla bestia che è in ognuno di noi. E’ una piccola donna, apparentemente normale, che a causa della solitudine e dell’abbandono, libera la sua parte oscura e diventa un mostro”.

E’ stato compiuto qualche cambiamento sul testo?

“Assolutamente no. Il lavoro è fedele all’originale, sia intellettualmente che emotivamente. L’ambientazione Anni Sessanta è rimasta invariata perché l’autore fa un riferimento chiaro, ma ritengo che questa tragedia possa essere considerata un classico perché Ruccello ha saputo creare un linguaggio personale per affrontare una tematica precisa: quella degli esclusi, degli emarginati, dei disperati, dei folli,  delle famiglie apparentemente normali, all’interno delle quali però si consumano drammi enormi”.

E’ una donna molto diversa dalle sue precedenti sia al cinema che in teatro, dalla Ida Rosselli alla Maria Zanella.

“Sì, è vero. Si tratta di un lavoro differente dal solito. E’ la prima volta che interpreto un ruolo così tagliente, uso una vocalità leggera, una gestualità misurata, una recitazione quasi astratta, realistica ma minimale. E comprendo il suo percorso di ragazza che viene dalla provincia, cambia luoghi, vive in camere in affitto: è un po’ anche la mia storia di attrice. Provengo dalla campagna di Rovigo e sono approdata a Roma, passando per diversi posti”.

Non è la prima volta che lavora con Pierpaolo Sepe, l’ultima interpretazione è stata quella di “Erodiade” di Giovanni Testori, diretta da lui.

“Infatti. E devo dire che ci troviamo molto in sintonia, abbiamo gli stessi gusti, lo seguo facilmente e con piacere”.

Quali progetti ha in cantiere?

“Riprenderò le rappresentazioni di “La modestia” di Rafael Spregelburd e comincerò a breve le prove di “Santa Giovanna dei Macelli” di Brecht, entrambi diretti da Luca Ronconi.

Anna Cappelli, spettacolo che rientra nelle celebrazioni per Annibale Ruccello, è il secondo dell’abbonamento “EraEva”, l’iniziativa che mette insieme diverse arti al femminile. In teatro, durante le repliche, sarà installata un’opera di Gloria Pastore.

 

 
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