Raffaele Russo

Raffaele Russo

Il professore Raffaele Russo, originario di Giugliano, classe ’55, è medico chirurgo, specialista in Ortopedia e Traumatologia. Pioniere, in Italia, nel campo della chirurgia della spalla e non solo. La sua ricerca innovativa nei trapianti di spalla lo ha portato a creare tecniche chirurgiche avanzate negli interventi. Molto apprezzato anche all’estero dove viene chiamato per illustrare le sue realizzazioni in vari convegni. Tra i suoi tanti successi ricordiamo che, nel 2016, ha effettuato un trapianto di gomito, tra i primi del genere in Italia, nella struttura di eccellenza dell’Ospedale Pellegrini di Napoli, dove dirige il reparto di Ortopedia.

 

Professore, dopo essersi specializzato all’estero, che cosa l’ha convinta a rimanere a Napoli nonostante le tante proposte lavorative ricevute altrove?

Non sono andato via da Napoli fondamentalmente per attaccamento alla mia famiglia ed alla città. Nell’85, su consiglio del mio maestro Eugenio Jannelli, sono andato a Parigi e a Lione, a mie spese,poiché in Italia non esisteva ancora l’Erasmus. All’epoca medici da tutta l’Europa andavano nella Clinica Les Fontaines di Melun,sobborgo di Parigi, dove operava il professore Didier Patte pioniere della chirurgia della spalla, per imparare la chirurgia della cuffia dei rotatori e dell’instabilità della spalla. Lì ho seguito molti stages dall’85’ all’88’ apprendendo conoscenze diagnostiche strumentali, cliniche e chirurgiche. Nell’88, il prof. Patte venne in Italia e organizzammo la prima “live surgery” al Cardarelli di Napoli dove lavoravo dall’83. Fu lui, sofferente per una grave malattia, a suggerirmi di seguire il professore Walch a Lione. Il luminare, pioniere nel suo campo, mi trasmise molto della sua conoscenza e m’introdusse in ambiente europeo, essendomi guadagnato la sua stima. Avevotrent’anni, entusiasmo e fame di apprendere, all’epoca non esistevano Tac e Risonanza magnetica, lui m’insegnò l’approccio clinico per visitare i pazienti. Negli anni ’90 avrei potuto rimanere a lavorare a Lione, all’Ospedale Universitario dove seguivo il lavoro di Walch che aveva impostato il suo Istituto come centro di chirurgia ad altissimo livello assistenziale ed anche sperimentale avanzato. Ho avuto una seconda occasione di trasferirmi quando ho conosciuto a Friburgo il professore Christian Gerber. Ancora recentemente mi è stato proposto di lavorare presso l’Ospedale Cantonale di Lugano,ma nonostante le allettanti proposte, sono sempre tornato a Napoli.Nel ‘93 ho cominciato ad applicare tutte queste tecniche innovative al Cardarelli dove ero aiuto del professore Jannelli e fino al 2000 ho curato più di 5000 pazienti affetti da malattia della spalla. Sono stato un pioniere anche nell’utilizzare Tac e Risonanza e nel creare tecniche chirurgiche innovative. Eravamo gli unici da Firenze in giù. Quando ebbi l’opportunità di gestire l’unità operativa del Pellegrini di Napoli, il mio reparto divenne un punto di riferimento nazionale ed estero. Ho continuato la mia ricerca dedicandomi allo studio, alle pubblicazioni, all’applicazione pratica, e all’organizzazione di congressi e corsi internazionali, nella mia città dove era possibile vedere con chirurgia in diretta, oltre al mio operato, quello dei migliori chirurghi del mondo. Dal 2000 ad oggi, ho brevettato diversi sistemi chirurgici e tecniche innovative, pubblicate su riviste ad altissimo rilievo scientifico, e utilizzate in molti centri italiani ed europei. In questi giorni alcune di esse hanno avuto un prestigioso riconoscimento in Inghilterra.

In tutti questi anni che cosa è cambiato, quali difficoltà ha dovuto affrontare?

La chiusura del Pronto Soccorso ortopedico del CTO avvenuta nel 2010, ha portato un danno importante alla chirurgia da me praticata in patologie d’elezione, specialmente in caso di sportivi affetti da lussazione della spalla e di pazienti con malattie degenerative.Tutta l’organizzazione che avevo creato è peggiorata notevolmente dal momento che arrivavano tante emergenze traumatologiche, ma senza avere il supporto organizzativo istituzionale. Nell’Ospedale dei Pellegrini ho cominciato ad estendere la mia ricerca innovativa anche nei trapianti osteoarticolari del gomito e nel migliorare tanti aspetti delle protesi di spalla, lavorando anche al loro design. Con il Professor Randelli e la sua équipe siamo stati i primi chirurghi italiani a contribuire all’evoluzione delle protesi che sono diventate sempre più tecnologicamente avanzate.

Che cosa pensa della Sanità in Campania?

Purtroppo i manager delle strutture pubbliche che si sono susseguiti in modo poco coerente non hanno saputo valorizzare le unità operative dedicate alle varie specialità ed hanno massificato tutto, non c’è stato un turn over di medici chirurghi giovani. Essendo aumentata l’aspettativa di vita, la richiesta di chirurgia si è moltiplicata e l’età non è stata più una controindicazione. Nella mia carriera ho operato molti “grandi anziani”, anche di 96 anni. In Campania la politica ha perpetrato un errore di strategia. Non c’è stato un programma sanitario efficace ed efficiente per almeno venticinque anni. In più lo sperpero delle risorse economiche e il commissariamento hanno aggravato la situazione. Il mio grande dispiacere è di non poter fare formazione ai giovani chirurghi per mancanza di turn over e di un link intelligente con le Scuole di Specializzazione Universitarie.

C’è una grande differenza per quanto riguarda la Sanità fra Nord e Sud?

Purtroppo c’è un grande flusso di malati che si reca al Nord per farsi curare, per un problema di accoglienza, di organizzazione, di strutture e di capacità di fare gruppo e di far conoscere le eccellenze. Questo è il dramma del Sud: l’individualismo. Da noi ci vuole più formazione,bisogna dare ai giovani la chance di aggiornarsi sulle nuove tecniche e i nuovi approcci e dare loro l’opportunità di misurarsi a livello nazionale ed internazionale.

Quali aggettivi userebbe per descrivere Napoli, la sua città?

Multiforme e geniale, affascinante, ma difficile. Andrebbe ridisegnata anche sotto l’aspetto strutturale, dovrebbe essere in parte ricostruita come Berlino.

Quale tipo d’amore nutre per Napoli?

“Odi et amo”. A cavallo del ‘68 ho frequentato il Liceo Classico al Genovesi, quando Napoli esprimeva una grande capacità d’insegnamento umanistico. Professori capaci mi hanno insegnato a pensare e a vivere. Nello stesso tempo odio Napoli per il disordine, l’invadenza,la maldicenza. Non ho mai capito come è stato possibile passare dalla “Napoli nobilissima” alla realtà odierna.

 

 

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