Gian Paolo Leonetti

Gian Paolo Leonetti

Gian Paolo Leonetti di Santo Janni, classe ’42, laurea in Ingegneria Meccanica. Corsista alla Harvard University di Boston dove consegue il Master in Businnes Administration. Nel ’72 rientra in Italia e inizia, in Campania, con alcuni soci, l’attività d’imprenditore industriale nei settori della gomma tecnica e della ceramica che svolge con successo fino al ‘98. Alla scomparsa del padre assume la conduzione di tutte le attività della famiglia, prevalentemente diffuse nella provincia di Caserta. Conclusa l’attività industriale, sull’esempio del padre e degli avi, assume la gestione di enti no profit tra cui il Pio Monte della Misericordia e il Museo Civico Gaetano Filangieri di Napoli. Presidente del Polo Digitale degli Archivi Napoletani. Fondatore e Vicepresidente Amici di Capodimonte. Vicepresidente Tennis Club Napoli. Presidente del Comitato organizzatore della Coppa Davis 2012 al Tennis Club Napoli.

 

Ingegnere, che cosa l’ha convinta a ritornare a Napoli e a impegnare tante energie per la sua città?

Nel 1972, dopo aver lavorato come ingegnere all’Olivetti d’Ivrea e dopo due anni di studio a Boston per conseguire il Master MBA, sono tornato nella mia città d’origine dove, con Maurizio Barracco, Paolo Cutolo e Roberto Rodinò abbiamo fondato la Cevi (Ceramica vietrese di Cava dei Tirreni), in seguito la Sael Gomma di Marcianise e la Ceramica D’Agostino di Salerno. Abbiamo anche rilevato l’ex Ottica Zeiss. Con i miei soci, abbiamo liquidato tutto nel ’90, sia per difficoltà operative e sia per mancanza di eredi che potessero occuparsene.

Quali difficoltà avete incontrato?

Abbiamo avuto periodi di sofferenza economica soprattutto dopo il terremoto dell’80 che aveva devastato uno dei nostri stabilimenti. In più, abbiamo avuto grandi difficoltà nell’accedere al credito bancario. A questo si deve aggiungere la grave sofferenza per la mancanza di strutture logistiche al contorno. I centri di smistamento della ceramica italiana si trovavano a Sassuolo in Emilia Romagna, le aziende di quei territori avevano i loro servizi esterni e non erano costretti ad assumere operai in più con costi maggiorati come dovevamo fare noi, quindi non potevamo essere competitivi. In quegli anni era crollata l’Isveimer, c’era stata la crisi del Banco di Napoli. Chiusero l’Indesit, la Ignis, i Cantieri Metallurgici, la Sofer, tutti nostri clienti. Fummo travolti anche noi.

A quale altro lavoro si è dedicato?

Dalla metà degli anni ’80 in poi ho iniziato ad occuparmi di attività no profit, cominciando dal Pio Monte della Misericordia di cui mio padre era stato a lungo sovrintendente. A mia volta sono stato governatore e due volte sovrintendente. E’ stato molto difficile traghettare questa nobile istituzione dal ‘600 al 2000. Il Pio Monte era un IPAB (Istituto di pubblica assistenza e beneficenza). Una volta diventato sovrintendente, dopo aver vinto una causa decennale contro lo Stato, ne ho potuto modificare lo statuto e farlo diventare un’istituzione privata. A quel punto si trattava di fare una corretta gestione e ristrutturazione del vasto patrimonio immobiliare (oltre 300 unità pervenute da donazioni del passato). Una volta portato a termine questo compito mi sono potuto dedicare alla promozione del suo patrimonio storico-artistico, prestigioso, ma oneroso. Nel 2004, quando ho finalmente aperto al pubblico il Museo del Pio Monte, ho potuto far partire la bigliettazione, sono stati venduti, da allora, 3.000 biglietti all’anno. Sono fiero di poter dire che quando sono andato via come sovrintendente erano stati venduti 35.000 biglietti e, nel 2017, quasi 80.000. Il Pio Monte era diventato produttore di reddito, quindi, con mia sorella Grazia, che mi ha coadiuvato a lungo, abbiamo potuto incrementare le nostre attività di assistenza e beneficenza. Nel 2003 sono subentrato alla direzione del Museo Filangieri su richiesta del sovrintendente Spinosa, di Riccardo Imperiali e dell’allora sindaco Jervolino. Il Filangieri, fondato nel 1988, fu chiuso nel ’90. Il Museo era in condizioni disastrose e con un grande deficit economico. L’ho guidato per quattordici anni e con l’aiuto di mia sorella Piera, presidente dell’Associazione “Salviamo il Museo Filangieri”, siamo riusciti a trovare fondi, siamo andati avanti anche con il supporto di un finanziamento regionale. Dopo ben sedici anni di chiusura ho potuto restituire il Museo Civico alla città di Napoli con l’evento “Ben tornata Agata” del 2015.

Quali difficoltà ha dovuto affrontare per portare avanti questa non facile impresa?

In tutti gli anni in cui mi sono dedicato al Filangieri la difficoltà più grande è stata l’inadempienza dell’amministrazione comunale rispetto agli obblighi della donazione che il Principe Gaetano Filangieri aveva fatto alla città nel 1882. Questa inadempienza mi ha messo in condizione di non poter pagare per molto tempo gli stipendi ai dipendenti.

Così, dopo quattordici anni di lavoro appassionato spesi per il Museo, lei non ha ritenuto di poter andare avanti in quelle condizioni e si è dimesso.

E’ stata una scelta fondamentale per la sua stabilità. Bisognava risolvere il problema dell’impianto giuridico della struttura. Avevo proposto al mio Consiglio di vigilanza un nuovo progetto: modificare lo statuto da Ente morale a Fondazione al fine di poter coinvolgere altre istituzioni come gli Istituti bancari ed i possibili mecenati. Il Poldi Pezzoli di Milano, realtà molto simile alla nostra, per esempio, è una fondazione. Negli ultimi quattro anni, con gli eventi e le mostre di arte contemporanea, mia sorella Maria Piera, ha incrementato le entrate con le quali abbiamo potuto instaurare un moderno impianto di allarme. Nel dicembre 2017, al fine di raccogliere fondi, abbiamo organizzato un evento che è durato un intero week-end. Evento che ha riscosso molto successo, gli amanti dell’arte e della nostra città hanno partecipato con entusiasmo e ci hanno dato la possibilità di pagare, finalmente, gli stipendi ai dipendenti.

Quali differenze possiamo rilevare fra la situazione museale della Campania e le altre città d’arte?

Napoli, pur con l’aumento attuale di visitatori, è fortemente al di sotto, come affluenza, di quello che il suo patrimonio storico e artistico meriterebbe rispetto a città come Firenze, Venezia e Milano che offrono, in paragone, ben poco.

I numeri parlano: per tutto il 2017 e a gennaio 2018 il Lazio vanta 23.000.000 di visitatori, solo gli Uffizi di Firenze 20.000.000, mentre la Campania solo 8.000.000.

Quali aggettivi userebbe per descrivere Napoli?

La definirei caravaggesca, città di luci sfolgoranti e ombre nerissime, tutta ancora da scoprire, misteriosa, sotterranea. Il suo futuro è nel suo passato di tradizioni e di cultura in senso pieno. E’ una città creativa e lo dimostra con la sua grande musica, la sua poesia, la sua arte, la cucina, la fantasia.

Quale tipo d’amore nutre per la sua città?

L’amo troppo, al punto da poter convivere con le sue complessità, ma sono convinto che noi che l’amiamo dobbiamo restare, nonostante tutto. Cerchiamo di non essere come il comandante Schettino, è troppo facile abbandonare la nave.

 

 

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