Italia, Bellezza da Oscar

Italia, Bellezza da Oscar

Paolo Sorrentino  con la statuetta

Paolo Sorrentino
con la statuetta

Quindici anni non sono uno scherzo. Tanto è durata l’attesa perché un film italiano tornasse alla ribalta del premio cinematografico più famoso e ambito del mondo, l’Oscar, conquistato finalmente – nell’edizione numero 86 del 3 marzo – da La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Per molti osservatori (scommettitori compresi) in cima alla lista dei favoriti, il lungometraggio del regista napoletano scritto con Umberto Contarello è stato accompagnato nella sua marcia vittoriosa verso Hollywood da una infinita serie di riconoscimenti internazionali, seguiti da un’altrettanto robusta strategia di marketing sul suolo americano, iniziata nelle settimane a ridosso delle nomination.

Che La grande bellezza fosse «un film dalle grandi ambizioni», del resto, lo aveva detto proprio Sorrentino. Ma sulla corsa agli Oscar nulla era scontato. Legittima, dunque, la gioia per l’incoronazione del regista ma anche del potente protagonista Toni Servillo, chiamato a condividere sul palco del Dolby Theatre di Los Angeles, con Nicola Giuliano (della Indigo, che produce con Medusa), la felicità per l’undicesimo Oscar tricolore al miglior lungometraggio in lingua straniera.

Di un film sul quale si è scritto e detto molto prima, amato subito da tanti ma sgradito a parecchi, c’è stata poi la corsa a parlarne bene e meglio. Ma tant’è. Tuttavia, prima di ogni altra considerazione sull’opera in sé, davvero non ci dovrebbe essere spazio se non per la enorme soddisfazione di aver visto tornare il nostro cinema al centro dell’attenzione planetaria. A chi aveva parlato de La grande bellezza come un film che irrita, ci aveva già pensato Sorrentino a dichiarare che «è comprensibile, perché non si accetta di specchiarsi nelle anime alla deriva» della sua narrazione, attraversata da una Roma monumentale, bellissima eppure “cimiteriale” (splendidamente fotografata da Luca Bigazzi).

Ma è più facile rifiutare l’idea della malinconia, del vuoto di una certa umanità e della fatica di vivere dei personaggi di questo racconto corale attualissimo, o accoglierne serenamente la visione? A parte il fatto che un film resta sempre una idea personale dell’autore che lo realizza e non serve a convincere nessuno su qualcosa, né a dare lezioni, è lecito chiedersi se in realtà dietro il disfacimento rappresentato non ci sia speranza di cambiamento e voglia di aria pura. Il protagonista, Jep Gambardella, maturo giornalista mondano, non è in fondo un uomo in lotta con se stesso per ritrovare slancio, per ridare un senso alla sua esistenza trascinata da pigrizia, cinismo, nell’assenza di autenticità? La grande bellezza ha probabilmente disturbato quanti non amano guardare alle cose con una dose almeno sufficiente di onestà intellettuale: perché dolersi della rappresentazione di una società (certo una élite nel film di Sorrentino) stanca e superficiale, distratta e autoreferenziale, e invece non riuscire a indignarsi per gli orrori reali della vita quotidiana di un Paese come il nostro immerso nel malaffare, negli scandali, nel continuo ciarlare delle figurine di turno che si avvicendano nei luoghi di potere, bravi a promettere e raramente a mantenere? È questo il dibattito intorno al quale forse potrebbe muovere seriamente un film probabilmente poco confortevole per alcuni suoi aspetti, sofisticato, di sicuro capace di restituire delle convincenti interpretazioni di tanti volti celebri del nostro cinema (ricordiamo tra gli altri Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi).

Intanto, in attesa di tornare dietro alla macchina da presa con una storia minimalista di amicizia con Michael Caine, Sorrentino si gode anche il successo degli ascolti record della messa in onda del suo film Oscar in prima serata su Canale 5. E a chi non abbia ancora visto la pellicola, non sfugga che La grande bellezza è tornato anche nelle sale. Piace infine ricordare che Toni Servillo si prepara al debutto, il 25 marzo, negli spazi del prestigioso Barbican Centre di Londra, dello spettacolo Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, che dirige e interpreta. Orgoglio italiano che ogni tanto, per fortuna, ci scalda il cuore.

 

 

 

 

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