Laura Angiulli

 

Dopo Scarpetta e nell’attesa del prossimo Viviani, Laura Angiulli torna alla tradizione napoletana mettendo in scena nella sua Galleria Toledo, un testo di Antonio Petito: Le dame a[p]posti[c]ce con Pulcinella creduto direttrice del conservatorio di Firenze. E si serve delle parentesi quadre come di note per sopperire alla mancanza delle ‘doppie’ nella lingua usata dall’autore.

Che lavoro hai compiuto sull’originale?

“Nel totale rispetto di Petito, ho reso le frasi leggibili, perché lui scriveva le parole tutte attaccate e secondo una lingua antica, quasi straniera per me, che non ho assolutamente voluto cambiare”.

Qual è, dunque, l’operazione?

“Il mio lavoro di ricerca sulla drammaturgia partenopea, mira alla storicizzazione del linguaggio usato dagli autori di tradizione. La messinscena, infatti, è recitata com’è scritta, mancano le doppie consonanti e le finali sono tutte pronunciate. Non ho voluto tradurre banalmente nel dialetto borghese che tutti conosciamo. E’ una lingua classica e credo che in questo aspetto consista il fascino vero dello spettacolo”.

Petito si pone tra “Il medico dei pazzi”di Scarpetta, il tuo “Dove sta Zazà” degli anni scorsi e il  laboratorio su Raffaele Viviani, che si concretizzzerà nella messinscena di “Lo sposalizio” al Napoli Teatro Festival Italia.

“Sì, avevo il desiderio di tornare al mio progetto e  completare un percorso storico avviato qualche tempo fa per ricordare gli autori del passato”.

Perché hai scelto proprio questo testo?

“Perché lo trovo molto grazioso e perché non è mai stato rappresentato, almeno ai nostri giorni. E’ una storia semplice, come tutte quelle di Petito, con Pulcinella e Felice che divertono sempre. Vivace, soprattutto nella seconda parte, fatta di battute comiche, di equivoci e di travestimenti, secondo l’uso dell’epoca, in cui il pubblico voleva opere leggere e fruibili. Perciò, ho alleggerito il primo atto, troppo prolisso, e ho mantenuto il secondo, dando coerenza a tutta la messinscena”.

Che tipo di regia hai realizzato?

“L’azione si svolge in uno spazio un po’ astratto su cui si aprono delle porte, secondo i canoni della pochade, ricca di equivoci e inganni. Una scena su cui si muovono diversi personaggi, alcuni dei quali legati agli archetipi della nostra tradizione”.

Quali?

“Anselmo, il maestro concertatore, l’aio, Asdrubale Barilotto, il guardaportone Capatosta, Mamozia la cameriera sorda. Come anche ho mantenuto alcuni atteggiamenti fisici tipici di una scuola teatrale, che rispetto per non rischiare di perderla, ma che trasferisco nella contemporaneità”.

In scena fino al 21 gennaio, lo spettacolo è interpretato da  Laura Borrelli, Agostino Chiummariello, Michele Danubio, Alessandra D’Elia, Ciro D’Errico, Patrizia Di Martino, Antonio Pennarella.

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