“Ariaferma”: l’assurda realtà carceraria

“Ariaferma”: l’assurda realtà carceraria

Ariaferma, terza regia di Leonardo Di Costanzo, presentato, fuori concorso al 78° Festival Cinematografico di Venezia, è un film molto particolare e attuale. E’ ambientato in un carcere in dismissione che per un problema burocratico non può essere evacuato completamente, ma dove dovranno restare, per un tempo non ancora definito, dodici detenuti con poche guardie, senza la possibilità di ricevere visite e pacchi e con il vitto precotto proveniente dall’esterno.

In breve tempo la situazione diventa incandescente a causa di un iniziale sciopero della fame, determinato dalla pessima qualità del cibo, che avrebbe potuto portare facilmente ad atti di violenza.

A questo punto l’ispettore capo (Toni Servillo) si rende conto che l’unica strada da percorrere è quella di venire incontro alle richieste dei detenuti, che vorrebbero riaprire la cucina e così permette ad un recluso per mafia (Silvio Orlando) di cucinare per tutti.

Il film non descrive apertamente scene di violenza ma evidenzia l’assurdità della situazione carceraria, dove forse è ancora possibile trovare un po’ di umanità.

L’ottima regia e prima ancora l’ottima sceneggiatura, ci portano ad un finale aperto con i due protagonisti che con grande coraggio tentano di tutto per evitare una situazione drammatica sia per i detenuti che per le guardie carcerarie. I due antagonisti, nonostante tutto, fanno emergere l’uomo che è in loro grazie a vecchi ricordi del quartiere in cui erano vissuti da ragazzi.

Una scena del film

Un finale perfetto che non cade nella retorica, grazie anche all’interpretazione e alla mimica di due grandi attori come Servillo e Orlando. Il film, nel suo insieme, è di alto livello, scarno ed asciutto senza un fotogramma di troppo. Le musiche di Pasquale Scialò entrano nella storia in punta di piedi con un crescendo che l’accompagna in modo perfetto. Bellissimi sui crediti finali i brani religiosi che creano una atmosfera di sapore mediterraneo. La fotografia di Luca Bigazzi ci fa entrare in questi tetri luoghi di sofferenza con grande maestria grazie anche alla efficacissima presa diretta di Xavier Lavorel.

Concludendo, il film è tutta una storia di attesa, di sospensione del tempo che fa ricordare quella del “Deserto dei Tartari” di Dino Buzzati. Nel suo complesso è un ottimo film e, volendo sintetizzare il giudizio, si può dire che “funziona” in tutte le sue parti. Da vedere ma ovviamente al cinema.

                                                                                      Giancarlo Giacci

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