Batte la pioggia nel Mondo

Batte la pioggia nel Mondo

Batte la pioggia nel Mondo, batte nel presente e batte nel passato. E’ il 2029. Batte incessantemente perché l’uomo si è scordato di amare la natura, l’ha rapinata, l’ha stuprata e ora, la Natura piange. E’ proprio la Natura la protagonista di When the rain stops falling di Andrew Bovell programmato al Teatro Bellini di Napoli fino al 16 febbraio 2020. Spettacolo vincitore di 3 premi UBU 2019: Miglior nuovo testo straniero o scrittura drammaturgia. Miglior regia: Lisa Ferlazzo Natoli. Migliori Costumi: Gianluca Falaschi. Con Caterina Carpio, Marco Cavalcoli, Lorenzo Frediani, Tania Garribba, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Camilla Semino Favro, Francesco Villano.

E’ una natura che sopravvive a tutto, morendo e poi nascendo nuovamente in forme che hanno tracce del passato e sfumature del futuro. Tutto è collegato, tutto ha un senso, tutto si rivela ma solo un giorno, non si sa quando, non si sa dove e non si sa con chi.

Il complesso testo di Andrew Bovell sa di un’acuta osservazione dell’invisibile, a tratti sfacciatamente filosofico, a tratti commovente per il preciso segno con cui raffigura il mistero della vita. I protagonisti di questa storia sono quotidiani, s’incontrano in dialoghi apparentemente di cortesia, noiosi e banali, creano quasi un certo disagio nella loro ripetitività. E’ difficile all’inizio comprendere che gli otto personaggi che vediamo comparire e che vengono annunciati dalla voce fuori scena e dalla descrizione sul fondale della loro posizione nell’albero genealogico, sono tutti appartenenti ad una stessa famiglia, che sono collegati e a volte, come nel caso di Elizabeth e Gabrielle sono lo stesso personaggio in fasi differenti della vita.

Il pubblico si agita, sembra non sopportare che il tempo della scena sia complessamente non lineare. Anche gli abiti, che inizialmente sembrano tutti appartenere ad un’epoca, solo alla fine mostrano elementi che raccontano la sovrapposizione fra la donna giovane e la stessa donna da vecchia. Ma solo nel dipanarsi della storia gli indizi di tale costruzione drammaturgica emergono più insistenti e a quel punto il racconto diventa avvincente e il pubblico si sintonizza su un ascolto silente e inizia anche ad apprezzare l’estetica essenziale della regia.

Il messaggio sta proprio in come l’autore tratta il tempo: un’incessante spirale che muove il Tutto. E’ nella presenza del movimento delle onde del mare che l’autore sottolinea metaforicamente la fragilità umana che nel bel mezzo dell’esistenza altro non è che un frammento insignificante e al tempo medesimo la stessa esistenza è puntuale, dettagliatissima, mai casuale e determinante per altre esistenze tutte inesorabilmente collegate.

E i nove attori, guidati da una regia sapiente e sottile, sembrano abbracciare con grande cuore i loro personaggi, emozionano nei loro dialoghi naturali, mai impostati, di una freschezza contemporanea intrisa di franchezza. Sono personaggi rudi a tratti, alle prese con le questioni della vita materiale, i soldi, la salute, l’amore, il cibo. Fanno movimenti automatici in una cucina che non ha personalizzazioni, è una cucina universale: un fornello, un tavolo, delle sedie per ristorarsi, incontrarsi, lasciarsi. Ma è anche una cucina simbolica che rimanda come senza cibo non si può vivere ma anche di come senza amore non si può vivere, al limite si sopravvive in una “stanza sporca, piena di polvere, sudicia in tutti gli angoli…”.

E allora la profondità, la poesia, la saggezza sta in chi semplicemente vive, non si accontenta di sopravvivere e s’interroga sul cielo, sulla vita, sulla morte, sul tempo.

 

 

Vera Bassmaji

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