Cinema e fumetto: un rapporto travagliato

Cinema e fumetto: un rapporto travagliato

Nel XXI secolo i botteghini delle sale cinematografiche di tutto il mondo sono stati dominati dai cosiddetti “cinecomics”, trasposizioni cinematografiche di fumetti, spesso basati sui personaggi della Marvel o della DC. Il successo ormai più che decennale di questo genere di pellicole ci permette di gettare uno sguardo più ampio alla storia del rapporto tra cinema e fumetto, due media che hanno cominciato a dialogare più intensamente solo negli ultimi anni. Prima del 2000 raramente i fumetti, anche quelli più in voga, vedevano un loro adattamento al cinema. Cionondiméno, e anzi a maggior ragione, è interessante vedere chi e come portò sul grande schermo queste opere prima del loro strepitoso successo internazionale.

Si può partire, inaspettatamente, dall’Italia. Negli anni ’60 registi audaci e intelligenti aprirono la strada in questo campo: tra il ’66 e il ’68, Umberto Lenzi, Mario Bava e Piero Vivarelli diressero rispettivamente “Kriminal”, “Diabolik” e “Satanik”, film che sfruttavano il successo commerciale di quegli anni del fumetto nero italiano. Purtroppo la loro intuizione rimase inascoltata: negli anni seguenti in Italia mancarono pellicole di questo tipo, se si escludono due brutti film dedicati alle “Sturmptruppen” di Bonvi e un malriuscito adattamento di “Tex” con Giuliano Gemma.

Negli USA le cose andarono diversamente. Il primo grandissimo successo (non solo commerciale, ma anche critico) di un film tratto da un fumetto è stato “Superman” di Richard Donner del 1978. A questo seguirono tre sequel, che però, con l’esclusione del primo, non riuscirono a bissarne i risultati. Spetterà al mitico “Batman” di Tim Burton del 1989 riportare in auge il genere. Michael Keaton, Kim Basinger e Jack Nicholson, diretti dal regista di “Burbank”, sono la formula vincente che permette al film di diventare un cult e porta le case di produzione americane a scommettere sul serio sul fumetto. Seguono di nuovo tre sequel, ma la parabola è molto simile a quella dei film su Superman.

5 è il numero perfetto

Intorno al 2000 si riprova ancora. In Europa tornano a vedersi pellicole tratte da storie a strisce: in Francia comincia la trasposizione cinematografica di “Asterix”, personaggio le cui avventure avevano sempre riscosso un clamoroso successo; i film non furono da meno. Ma è negli Stati Uniti che si vira con decisione verso l’arte sequenziale. Le opere dei maggiori fumettisti americani cominciano a essere adattate con regolarità: Alan Moore e Frank Miller sono tra i più gettonati, con i vari “Sin city”, “Watchmen” e “300”. Anche registi di alto calibro cominciano a dedicarsi a queste pellicole: Ang Lee dirige “Hulk” e Christopher Nolan dedica un’intera trilogia a Batman.

Nel 2008 infine, con l’”Iron man” di Jon Favreu, si inaugura il Marvel Cinematic Universe e tutto cambia. Il fumetto diventa il pozzo da cui attingere per avere sempre nuove storie e incassi miliardari assicurati. La Marvel e la DC si fanno guerra a colpi di effetti speciali e decidono così le sorti dei botteghini mondiali.

Diabolik

Spostando però lo sguardo da questi colossi, irraggiungibili e titanici, si vede anche quanto di buono ha portato questo avvicinamento di cinema e fumetto. “La vita di Adele”, Palma d’oro a Cannes nel 2013, “Snowpiercer”, primo film in lingua inglese del geniale regista coreano Bong Joon-Ho, “Atomica bionda”, meraviglioso film d’azione di David Leitch, “5 è il numero perfetto” di Igort sono film che testimoniano quanto sia fecondo il dialogo tra cinema e fumetto, anche e soprattutto al di là delle logiche commerciali delle grandi case di produzione. Con alle porte l’uscita del “Diabolik” dei Manetti Bros., non ci si può che augurare che questo dialogo continui.

Angelo Matteo

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