Eastwood e il suo mito

Eastwood e il suo mito

È notizia di un paio di mesi fa che Clint Eastwood sarebbe al lavoro sull’adattamento del romanzo di N. Richard Nash “Cry Macho” nel triplice ruolo di produttore, regista e attore protagonista. Benché abbia 90 anni, nessuno è rimasto sorpreso particolarmente: nonostante l’avanzare dell’età, il film maker californiano ha continuato a girare una media di un film all’anno e, a quanto pare, non sembra avere intenzione di fermarsi. Proprio per il suo novantesimo compleanno si era cominciata a ricordare la sua leggendaria carriera, con la riproposizione su piccolo schermo delle sue pellicole più famose, ma, come sempre ha fatto, se n’è infischiato delle celebrazioni e ha continuato a lavorare, da interprete attento del suo tempo quale è.

Clint Eastwood non è una figura facile da comprendere: antidivo per eccellenza, assolutamente alieno (ancora di più oggi) alle logiche di Hollywood, ha sempre fatto il cinema che giudicava necessario, rispettoso di quanto vedeva e riteneva doveroso raccontare. È sempre stato fedele a sé stesso. Da attore ha segnato un’epoca, non tanto per il ruolo televisivo che l’ha reso famoso (ne “Gli uomini della prateria”), quanto per la collaborazione con Sergio Leone e Don Siegel.

Ma è da regista, ovviamente, che ha delineato la sua singolarissima poetica, portando avanti le tematiche che più gli stavano a cuore. Fin dalla sua prima regia (“Brivido nella notte”, del 1971) non è sembrato essere interessato al plauso critico o al successo popolare, che in seguito comunque avrebbe ottenuto, quanto al perseguire una sua personale idea di cinema, segnata da inquadrature asciutte, scarne, depurate di tutto ciò che poteva essere superfluo, per comunicare e raccontare nel modo più diretto possibile, ma sempre con una eleganza figlia di un talento naturale.

Clint Eastwood in una vecchia pellicola

Tra i 38 film diretti da lui ci sono opere meno riuscite, piccoli gioielli e autentici capolavori: ma i temi della poetica del regista sono sempre presenti. A partire dal senso del dovere, dal rapporto di un individuo con il suo tempo, per arrivare al rimpianto e ai sensi di colpa. La sensibilità di Eastwood risalta soprattutto nei film anche da lui interpretati. Il suo ghigno, le sue espressioni severe, i suoi occhi tagliati, fanno da contraltare a quello che le sue pellicole vogliono comunicarci, e a volte ci si meraviglia di come quell’uomo, apparentemente così rude, possa essere capace di tanto sentimento. Prendendo “Gunny”, ad esempio, forse la sua prima opera in cui il tema del rapporto di un uomo con il suo passato è molto approfondito, l’interpretazione di Eastwood è la più luminosa tra tutte quelle del cast: l’umorismo sghignazzante, i sorrisi di traverso, gli occhi a malapena aperti ma sempre espressivi. Tutto ciò che di buono c’è in Gunny, il protagonista da cui il film prende il titolo, è capace di comunicarlo quel volto segnato: ed è solo merito del suo talento se riesce a farlo.

Ma Eastwood non ha esaurito ciò di cui intende parlare. Se in un capolavoro come “The mule”, del 2018, svolge una riflessione metatestuale su sé stesso, sul suo valore come uomo, mettendosi in discussione e criticandosi, negli ultimi anni ha portato avanti invece un discorso sull’eroismo, su ciò che un eroe è, e su come questo tipo di figura venga oggi trattata dai media: film come “American sniper”, “Sully” o il recentissimo “Richard Jewell” sono lì a testimoniarlo.

Questo sottolinea quanto ancora abbia da dire Clint Eastwood, quanto sia ancora un interprete lucido del suo tempo, quanto abbia ancora da girare.

 

Angelo Matteo

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