Il “Core ingrato” dei figli

Il “Core ingrato” dei figli

 

Rosalia Porcaro come Peter Sellers, capace nell’arco di un solo show di interpretare tre donne diverse, ma tutte ugualmente esilaranti. “Core ingrato”, prodotto da Deger live di Fabiana de Geronimo e da Mimmo Pisano, e scritto dalla stessa Porcaro con Corrado Ardone, per la regia di Carlos Branca, è andato in scena, dopo il Teatro Trianon di Napoli, registrato anche dalle telecamere RAI, al Teatro Sannazaro, dal 25 al 28 novembre 2021.

Un felice ritorno dell’attrice che negli anni ci ha regalato perle di comicità uniche, capaci di travalicare i confini regionali e di sapersi imporre anche al pubblico nazionale. Proprio nella celebre TeleGaribaldi nacque uno dei personaggi più fortunati della Porcaro: la suocera di Veronica, tradottasi poi semplicemente nella signora anziana dei bisticci grammaticali e poi, in quest’ultimo spettacolo, nel personaggio della madre. L’ingresso in sala è memorabile, tra battute sui posti col green pass e sull’inevitabile “pantomima mondiale”, la pandemia, con una riflessione dedicata all’Italia, paese non per giovani – si sa – ma nemmeno tanto per i vecchi, alla luce del trattamento mediatico col covid-19.

Gli anziani sono quelli più a rischio, saranno i primi a morire, la scelta delle cure deve privilegiare un giovane che ha tutta la vita davanti, mentre a noi anziani resta solo quella dietro”: sbotta così, prima di dileguarsi sul palco dove è allestito un appartamento a due piani. La figlia, tradita dal compagno per un’altra di “20 anni che è la metà di 40”, grida al telefono, mentre la madre colpisce con la scopa il soffitto per il tono di voce alto -, sembra quasi disinteressarsi dell’anziano genitore: un ingombro per figli e nuore, che “non a caso premevano per farmi somministrare Astrazeneca”, sottolinea ironicamente la signora, ricordando la vicenda grottesca del vaccino di Oxford che tanto clamore ha suscitato durante la campagna vaccinale in Italia e in Europa.

I figli so’ piezzi ‘e core, ma anche core ingrato, dimentichi dell’affetto materno e dei sacrifici di una donna, ormai anziana, che da bambina doveva stare zitta perché femmina rispetto ai fratelli, poi da moglie perché il marito aveva sempre l’ultima parola, e da vegliarda infine perché “prossima alla rottamazione”. “Se ricordassero tutti i pannolini cambiati da piccoli, quando adesso il pensiero del pannolone li disturba”, denuncia con sarcasmo la matriarca, abituata ormai alla convivenza con un’altra figura femminile: la badante straniera, dall’accento per metà latinoamericano e per l’altra metà dell’Est Europa.

È qui che si innesta infatti la terza protagonista, sempre interpretata dalla Porcaro che si alterna sul palcoscenico con le “controfigure” Rosanna Pavarini e Rossella Amato. I luoghi comuni sulle colf slave, eternamente alla ricerca dell’uomo italiano da sposare per soldi e cittadinanza? In barba al politicamente corretto imperante, è tutto confermato dal sorriso sornione di Svetlana, delusa dai “polli” incontrati finora, al pari della figlia della signora anziana, persino derubata dal suo ex fidanzato. Al netto della genuina e colorata vis comica dell’artista, va detto che questo spettacolo rappresenta anche l’occasione per affrontare un tema serio come quello della malattia in terza età e della morte, con tanto di esequie, bara e il fantasma della madre, polemica fino alla fine.

C’è spazio anche per l’aneddoto toccante e personale a fine pièce legato alla madre malata di Alzheimer della Porcaro: anche lei, a suo modo, “core ingrata” nel non capire subito quando un anziano diventa, anzi torna bambino, seppur sia stato lucidissimo nei tempi che furono.

Share