Incanto all’Elicantropo

Incanto all’Elicantropo

ANONIMA ROMANZI, IN COLLABORAZIONE CON PROSPET, PRESENTA IN PRIMA NAZIONALE SCANNASURICE DI ENZO MOSCATO, PER LA REGIA DI CARLO CERCIELLO, CON IMMA VILLA

La locandina

La locandina

Nel “misteriosofico-plebeo poema sulla mia discesa agli Inferi di Napoli (i bassi, gli ipogei), appena secondo, in senso cronologico tra i testi da me pensati per il teatro, eppure possedente già, “in nuce”, se non di fatto, gran parte della malattia anti-tradizionale, gran parte di quell'”es-tradizione” dalle mie proprie radici, che avrei espresso pienamente dopo, in altri ed insoliti esiti drammatici” – spiega Moscato – si mostra tutta l’anima di un popolo e di una città ferita dal terremoto, sovrastata da fatiscenti impalcature e dilaniata negli edifici così come nei sentimenti, nelle idee e nelle speranze lacerate/spaccate/svuotate di senso. Il modello moscatiano non può che essere la città di Napoli, soglia, confine invisibile tra razionalità e dimensione misterica, tra realtà delle cose e visione innata del fantastico. Un’Imma Villa strepitosa si cala con estrema bravura in un ruolo ricco di tensione emotiva, nel quale il corpo è voce dell’anima e l’anima è il corpo di una creatura androgina che condivide l’ipogeo/casa con i topi, veri arroganti padroni dello stabile, della vita cittadina rosicata a morte, ventre e denti, fame e pancia, male e sopravvivenza. Imma Villa, attrice poliedrica capace di rendere ogni sfaccettatura del personaggio nel quale si cala con rara maestria, è “reclusa” nella claustrofobica, incredibile, straordinaria scena creata da Roberto Crea, costituita da antri/celle ancestrali/futuribili, habitat di esseri primitivi, spelonca e insieme richiamo di cunicoli animati da sopravvissuti a deflagrazioni atomiche, a eruzioni vulcaniche, a terremoti. Celle che sono l’angusto spazio vitale nel quale l’attrice si muove da contorsionista, con incredibile naturalezza nei propri rituali quotidiani. Scannasurice è un femminiello dei Quartieri Spagnoli, e insieme è un essere privo di identità sessuale. Creatura della stessa natura dei miti, come la bella ‘mbriana che si sente passare nelle mura di casa e del munaciello, magica presenza, scivola come un topo nel suo labirintico basso di una città simbolo costruita su ipogei e memoria, sulle peripezie e i cambi di quartiere di roditori sempre più altezzosi e padroni – mirabile metafora. Il femminiello, nel suo essere sulla soglia, simbolo di metamorfosi, né donna né uomo, diventa tramite con il mondo magico, con la morte. Nel tempo il femminiello ha mutato di significato, mostrando, di contro la socialità di vicolo, la solitudine e l’individualismo. Rimane però il suo alter ego, la parte capace di confrontarsi con la propria parte oscura, con il mysterium coniunctionis di junghiana memoria. Storie e cunti di case infestate, di numeri magici, di dilaniante spaccatura sociale con chi è sempre più in alto vicino a Dio e di chi è sempre più sotto terra. Profetica Cassandra, anima pezzentella, icona grottesca avvolta nella circense luce felliniana, pallida creatura che appartiene al “popolo d’e surice”, conserva intatta la poesia, la grazia.

Con Sсannasuriсe Moscato e Cerciello mettono in luce “le ferite, le faglie, le fratture dei nostri animi con lo stato precedente della vita e la cultura a Napoli (…), il terremoto etico, sociale, politico della seconda metà del 900 – aggiunge Cerciello – che mi vede, oggi, sopravvissuto, confuso e smarrito, aggirarmi tra le macerie di ideologie, emozioni e sentimenti, proprio come, da napoletano, vissi il terremoto dell’80”.

Amniotico, il suono di Hubert Westkemper avvolge come un mantello insieme con le belle musiche originali di Paolo Coletta che cuce magnificamente Scarlatti e arie d’opera con emozioni contemporanee. Belli i costumi di Daniela Ciancio e il disegno luci di Cesare Accetta.

Ancora una volta va sottolineata la ricchezza e la bellezza della lingua, unica, moscatiana che, come per Signurì Signurì, appartiene alla prosa degli inizi, al suo “doppio scuncecato”, ad una scrittura sensica che appartiene “all’universo significante-antropologico-espressivo-Napoli”,

città ibrida, coniunctio oppositorum, indice ossimorico di ferite universali. Una lingua teatrale che toglie il fiato, definita dall’autore “un misto multi sonoro e ritmico di napoletano e altri idiomi (…), rispecchiamento di realtà e superamento della stessa nella pratica fantastica dei suoni”.

Un lavoro imperdibile che restituisce l’incanto del mondo moscatiano con la preziosa regia di Cerciello e una protagonista in stato di grazia.

 

 

 

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