Kurosawa e la sua “Rapsodia in agosto”

Kurosawa e la sua “Rapsodia in agosto”

Nell’ambito della rassegna “Doppio sogno”, che si svolgerà a Villa Pignatelli a Napoli fino al 30 luglio 2021, è stata mostrata in lingua originale la penultima pellicola diretta dal leggendario regista giapponese Akira Kurosawa, Rapsodia in agosto. L’opera (1991) è stata presentata dal docente di Letteratura inglese e Letterature comparate della Università Federico II Stefano Manferlotti. Il professore ne ha illustrato i temi e l’importanza, soffermandosi poi in particolare sull’accoglienza che il film ricevette alla sua uscita. Nonostante gli elogi per una delle ultime fatiche di un maestro del cinema come Kurosawa, infatti, alla sua distribuzione “Rapsodia in agosto” ricevette anche critiche molto severe, che puntavano il dito sul “semplicismo” dell’opera.

La pellicola è ambientata a Nagasaki negli anni ’90. La protagonista è Kane (Sachiko Murase), anziana hibakusha (termine giapponese per indicare i sopravvissuti alla bomba atomica) che ha perso il marito nel bombardamento di Nagasaki il 9 agosto 1945. Trascorre il suo tempo con i piccoli nipoti, mentre i suoi figli sono in America. Dopo moltissimi anni, infatti, un fratello di Kane le scrive una lettera, dicendole che è sul punto di morire e di volerla rivedere: si era trasferito negli Stati Uniti, fondando una multinazionale e diventando molto ricco. Kane però non si ricorda di lui, e così manda i figli ad accertarsi della sua identità.

La storia è molto semplice e chiaramente non è il punto del film. L’anima dell’opera, che ha uno svolgersi molto peculiare, è la riflessione su quello che la bomba ha significato per le persone che ne hanno vissuto le conseguenze, per quelle che ora sentono il peso della sua memoria e anche per la stessa città di Nagasaki. Abbastanza didascalica nel delineare i rapporti tra i personaggi: Kane è la donna che sente e ricorda ancora la bomba e che ormai lucidamente vede il disastro da essa apportato; i figli sono la generazione successiva, desiderosa più che di dimenticare, di ignorare del tutto l’evento, che impedisce loro di concentrarsi sulle proprie carriere come vorrebbero; i nipoti sono più vicini alla nonna e seppur piccoli cominciano a sentire il valore che la bomba ha ancora nelle loro vite; e infine il personaggio di Richard Gere, parente americano della famiglia, che desidera espiare la colpa che sente dentro di sé per il male commesso.

A una costruzione dei personaggi quindi abbastanza semplice si affianca un comparto simbolico-visivo di straordinario impatto e di una bellezza unica. Le immagini che inquadrano i monumenti in memoria del 9 agosto 1945 sembrano schegge di tempo strappate a quell’infausto giorno, la natura che circonda la casa di Kane è osservata con religioso rispetto dalla cinepresa. Ciò che più emoziona sono poi i simboli visivi creati da Kurosawa, accompagnati in alcuni momenti dalla bellissima musica di Vivaldi, che restano nella memoria anche dopo la fine della visione della pellicola. Nessuno può capire che cosa vuol dire vivere il lancio di una bomba, ma questo film tenta di far riflettere su ciò che significa portarsela dietro per sempre.

Le accuse di semplicismo sono decisamente ingiuste e non colgono affatto il grado di complessità dell’opera e la sua bellezza.

 

Angelo Matteo

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