Ricordando “La Vesuviana”

Ricordando “La Vesuviana”

NEL DECENNALE DELLA SCOMPARSA DI MARIA ORSINI NATALE

 

Qual è il più bel ricordo che porti con te? – chiedevo – tanto tempo fa, a Maria Orsini Natale, la scrittrice vesuviana, mai dimenticata: “Il mio mare sotto casa. Ho le sue orme nell’anima, le fluorescenze del profondo, le mandrie di cavallucci marini, proprio mandrie…e il profumo dei suoi scogli. Quando ho perduto la casa sul mare, ho perduto il paradiso, ma spero che quell’aldilà che mi aspetta sia la spiaggetta della mia infanzia.”

Maria, cosa chiedi alla vita? “Vita”.

Ma è arrivato il giorno in cui la vita è rimasta in silenzio, senza rispondere. Lei non si sarebbe mai arresa. Sono trascorsi dieci anni da quel triste giorno, l’11 novembre 2010, da quando ci ha lasciato ed ha raggiunto la sua amata “spiaggetta”. Cosa avrebbe detto, Maria, se fosse stata con noi in quest’anno maledetto dalla pandemia, accorgendosi che la vita se ne stava così tanto in silenzio, lasciando spazio al buio, alla paura, all’ansia, alla solitudine? L’avrebbe di certo rimproverata, guardando l’allucinante fila di bare, per essere stata così avara e senza cuore.

Nel periodo di isolamento, la scrittrice “vesuviana”, cantastorie e affabulatrice, mi è stata vicina nel ricordo, ho avuto il tempo di rileggere i suoi libri e di farmi regalare di nuovo tante emozioni, che solo lei sapeva trasmettere. Quante volte ci siamo incontrate per scrivere il “Girasole della memoria”, l’ultimo suo lavoro. Abbiamo preso il bel titolo dall’incipit della “Bambina dietro la porta”: Basta una leggera essenza di resina nel vento, un cirro che si dipana, il fruscio di una risacca, un nome e subito il girasole della memoria si volge verso il luogo del ricordo, il sentiero si svela e cammino tra sogno e concretissime radici.

Guarda che bel regalo ti faccio, Gioconda, diceva, queste nostre pagine avranno ancora più valore quando non ci sarò più. Vi sono racchiuse tutte le mie emozioni, le passioni, gli affetti, le amicizie, il significato dei miei libri. Maria, osservavo contrariata – non ci voglio proprio pensare, ce ne sarà tanto di tempo ancora…

Leggendo i suoi libri, è come se tornassimo bambini. La sua prosa è magia, poesia, incantesimo, elogio della saggezza di un tempo, memoria delle antiche tradizioni. “Francesca e Nunziata”, finalista al premio Strega 1995, è la sorprendente storia di una famiglia di pastai che va dal 1848 al 1940, di una madre e di una figlia adottiva che vivono tra lotte, amori e dissapori, la straordinaria avventura di imprenditrici. “Troppo bellella sei stata Maria – le scrisse Lina Wertmuller, che dal suo romanzo ha tratto l’omonimo film con Sofia Loren, Claudia Gerini, Giancarlo Giannini e Raul Bova – con questo tuo Ottocento vesuviano evocante pastelli e gouaches, troppo bellella sei stata a dedicare, e con che grazia, tempo al passato, ai luoghi, ai sapori…”.

Lo scenario per il suo secondo romanzo “Il terrazzo della Villa Rosa” è un portico vesuviano profumato di sole e di limoni “così abitato e così vivo che non l’ho più dimenticato”, diceva, dove si intrecciano, intorno all’amore di Nicola e Ghisella, altre vicende e sullo sfondo il Vesuvio splendido e minaccioso.

Maria ha cantato l’amore nei suoi libri e nei suoi versi, alcuni raccolti in “Canto a tre voci”, dove ci siamo incontrate con Anna Maria Liberatore a fondere i nostri più profondi pensieri. Nell’introduzione Dacia Maraini ci vide come tre gabbianelle, le tre comari di piuma, che volano insieme sopra un panorama conosciuto e arso, eppure ancora tanto caro.

Accade per ogni suo scritto di incontrare atmosfere lontane, avvincenti racconti con straordinari personaggi di un tempo perduto, a molti sconosciuto, che ci accompagnano dentro una fiaba, in un sogno. Ed ecco “La bambina dietro la porta”, “Cieli di carta”, dedicato ai presepi e ai pastori della sua infanzia e ancora, “La favola del Cavallo”.

Lei fa parlare gli oggetti, le persone, descrive i luoghi e il senso dei luoghi. Nei paesaggi, nelle case sente la presenza di persone che hanno vissuto intensamente e che vogliono guidare la mano di chi le descriverà. “C’è gente distratta – diceva – che non apprezza tutto ciò, che non alza gli occhi!”.

Maria ha scelto di vivere nella sua amata Torre Annunziata sotto lo sguardo del Vesuvio, che cambia colore con i riflessi del sole. “E’ come un dio, è venerato fra questa gente: prima San Gennaro e poi il Vesuvio. Io lo amo così, ma spero che non si risvegli lasciandoci senza scampo. Il Vesuvio nell’animo ci mette qualcosa che altri non hanno, è maestro di vita, ce ne dà misura e importanza, e poi ci fa guardare tutte le cose da grandi distanze.”

Gioconda Marinelli con Maria Orsini Natale

Maria Orsini è stata lei una vera maestra di vita e di scrittura, con lei, una donna che è riuscita a esaltare e comunicare i sapori della vita, ho potuto guardare con più attenzione tanti luoghi: le stupende ville vesuviane, purtroppo abbandonate, gli scavi di Oplonti, la villa di Poppea, l’esplosione dei colori rosso, giallo, verde negli affreschi alle pareti che mostrano fontane con zampilli, uccelli, cesti di frutta che sembra appena colta. “Sono una vecchia signora” – diceva nel suo “Cieli di Carta”.

Chi potrà mai dimenticarla con i suoi cappellini, i fiocchi, i colori vistosi, il rosso soprattutto, e scialli in quantità! Ma voglio ricordarla soprattutto con i suoi bei colori dell’anima e conservando gelosamente i suoi libri con le dediche: alla mia carissima compagna di avventure letterarie, personaggio ben saldo nei confini del mio cuore e della mia stima, alla mia Gioconda nella quale tanto mi ravviso, si intrecciano le nostre vite con la gioia del mattino, affidabile amica sempre a me più cara. Entrambe eravamo prese e scosse dalla forza del passato, dalle tradizioni e da quelle presenze che come diceva, danno più verde alle nostre foglie.

Grazie Maria, per ieri e per oggi, quando sono in compagnia dei tuoi libri.

 

 

 

 

 

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