Samson et Dalila, un mito che affascina

Samson et Dalila, un mito che affascina

Torna al Teatro di San Carlo, dopo vent’anni, Samson et Dalila, opera lirica in tre atti di Ferdinand Lemaire dall’Antico Testamento, musica di Camille Saint-Saëns. Produzione della Staatsoper Unter den Linden di Berlino, è creata dal regista cinematografico argentino Damián Szifrón, ripresa da Romain Gilbert. Firma le coreografie Tomasz Kajdański, le belle scene Etienne Pluss, i costumi Gesine Völlm, il disegno luci Olaf Freese (riprese da Valerio Tiberi).

Bravo il cast vocale sul quale spicca la magnifica voce e interpretazione del tenore americano Brian Jagde, per la prima volta nel ruolo di Samson. Una voce potente, di velluto, dal colore splendido, di grande forza drammatica. Gli fa da contraltare il mezzosoprano georgiano Anita Rachvelishvili che interpreta con pathos una Dalila sensuale e forte. Bravo anche il Sommo sacerdote interpretato dal baritono Ernesto Petti, così come il basso Roberto Scandiuzzi nei panni del Vecchio ebreo. Ottima interpretazione quella del basso Gabriele Sagona nei panni di Abimélech, così come quelle di Li Danyang, un messaggero, di Mario Thomas e Sergio Valentino, due filistei.

Una scena (foto di L.Romano)

Ottima prova del Coro diretto da Josè Luis Basso. Brillante il direttore musicale della Fondazione Dan Ettinger che restituisce la bellezza e la complessità della scrittura dell’opera. Suggestive le scene di Etienne Pluss che rappresenta la Palestina con i suoi luoghi topici (mura, prigione, valli, tempio, l’edificio sacro di Dagon), che colpiscono assieme ai bei costumi e ai due inserti coreografici che rendono il sensuale incontro amoroso e l’orgiastico Baccanale, nel finale, con figuranti in topless. Toccanti le scene corali, come la scoperta del corpo esanime di un bambino vittima della guerra, pianto dai suoi genitori.

Interminabili, meritati applausi alla prima e ovazioni per i due protagonisti e per il direttore Ettinger. Per i temi principali, la scrittura vocale, l’armonia cromatica, il capolavoro di Saint-Saëns reca l’impronta del “Tannhäuser”, con l’eroe diviso tra il piacere e la fede.

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