“The father”: Hopkins da Oscar

“The father”: Hopkins da Oscar

Le storie di malattia si dividono generalmente in due filoni: un primo più didascalico, contrassegnato da narrazioni cronologicamente ordinate e chiare; un secondo più poetico, in cui spesso il focus è sulla nuova percezione del mondo e della vita da parte del malato. Quando la malattia in questione è il morbo di Alzheimer, la differenza tra le due tipologie si fa netta e ineludibile: al primo genere appartiene un film come “Still Alice” del 2015, con Julianne Moore, in cui si racconta il veloce decadimento intellettuale di una professoressa universitaria specializzata nella relazione tra memoria e linguaggio; al secondo gruppo invece si può avvicinare “The Father”, pellicola uscita al cinema il 20 maggio 2021, che ruota interamente intorno a Anthony, l’ingegnere ottuagenario protagonista del film.

Anthony (Anthony Hopkins) vive a Londra nel suo amato appartamento ed è accudito dalla figlia (Olivia Colman) e da badanti che lui con i suoi modi difficili spesso porta a licenziarsi. Il morbo di Alzheimer sta infatti lentamente prendendogli il passato e tutte le sue sicurezze.

La locandina del film

Il film non è più riassumibile di così senza svelare quelli che sono i meccanismi narrativi che gli permettono di proseguire. Lo scrittore e regista Florian Zeller, che ha steso la sceneggiatura coadiuvato da Christopher Hampton sulla base di una sua pièce teatrale, ha scelto di raccontare la storia interamente dal punto di vista di Anthony.

“The Father” è un misterioso viaggio nella memoria e nella distorta percezione di spazio e tempo del suo protagonista. Chiaramente di impostazione teatrale, la pellicola è straordinaria nel rendere i luoghi dell’appartamento, secondo protagonista del film, degli spazi localizzati al di là della dimensione della realtà, frutti della memoria e talvolta dell’immaginazione di Anthony, e per questo pregni di significato. Anche il tempo e l’ordine della narrazione è diverso da quello normale della vita, e il montaggio di Giorgos Lamprinos taglia lì dove taglia anche la memoria del protagonista, contribuendo a creare l’idea che il film non parli di Anthony, ma di fatto sia Anthony: o almeno ciò che lui pensa e vede. E sente anche: durante il film sono molti i momenti in cui il personaggio interpretato da Hopkins ascolta musica con avidità. La colonna sonora è composta da Ludovico Einaudi e contribuisce a creare alcuni dei momenti più commoventi del film. Un riferimento va poi senz’altro fatto alla regia di Zeller, al suo esordio, dimostratosi un autore solido e con una visione particolare. Egli eccelle anche nella scrittura, veramente sorprendente e ben calibrata.

Le ultime parole vanno però senz’altro riservate all’uomo sulle cui spalle tutto il film si regge e grazie al quale funziona così bene: la performance di Anthony Hopkins nei panni del protagonista è straordinaria, destinata a restare come una delle migliori di questo decennio. Per ora gli ha già procurato un Oscar e per sempre gli guadagnerà senza dubbio il plauso di ogni appassionato di cinema.

 Angelo Matteo

 

 

 

 

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