“The hurt locker”: Oscar alla regia

“The hurt locker”: Oscar alla regia

Il mondo del cinema è sempre stato dominato da uomini, e le opportunità per una donna di salire alla ribalta sono poche e riservate ai più grandi talenti. Questo ha privato il pubblico per molto tempo di una visione cinematografica femminile, che si esprimeva appunto soltanto in talenti particolari e irripetibili come quelli di Lina Wertmüller, Věra Chytilová o Agnès Varda.

Negli ultimi anni la situazione sta, seppur lentamente, cambiando e pian piano sempre più donne si affacciano sulla scena del cinema mondiale. Questo vuol dire anche vederle sempre presenti alle cerimonie e ai festival più prestigiosi, che per quanto non siano detentori della verità riguardo alla qualità dei film che premiano, certo sanciscono un successo che senza di essi sarebbe spesso impensabile: mettere quindi il cinema femminile al centro è necessario in questo momento storico, proprio per cercare di cambiare la rotta seguita finora, aprire spazi e dare opportunità che fino ad oggi erano riservate solo agli uomini.

Lo spartiacque in questo senso è stato il 2009, anno in cui Kathryn Bigelow con il suo “The Hurt Locker” fece incetta di premi e fu la prima donna nella storia a vincere l’Oscar alla miglior regista.

Kathryn Bigelow con
il Premio Oscar

The Hurt Locker” è un film ambientato durante il conflitto in Iraq, pensato dalla Bigelow insieme al giornalista Mark Boal, che si è occupato della sceneggiatura. La pellicola ruota intorno a una squadra di artificieri e ha nel sergente William James (Jeremy Renner) il suo protagonista. Questi è un uomo che vive per la guerra e che ha disinnescato nel corso della sua carriera più di 800 ordigni. Renner dà qui una delle migliori interpretazioni della sua carriera e, con un lavoro di sottrazione, silenzioso, tratteggia il suo James. La spavalderia nel cercare l’ordigno, il ghigno di sfida che gli solca il viso mentre cerca l’innesco da spezzare. Le lunghe scene in cui James si isola dai suoi compagni per disinnescare una bomba sono le migliori del film: sono quelle in cui è più evidente la sfida tutta personale che c’è tra lui e chi ha creato l’ordigno, e che spesso la regia ci fa sospettare sia chi è affacciato a un balcone, a osservare spaventato (o forse ammirato?) la maestria di James. Gli altri soldati, tra cui spicca il sergente JT Sarbon (Anthony Mackie), sono tutti caratterizzati in maniera lucida e il film ci dà modo di capire a fondo chi sono e cosa desiderano, ma intorno al carisma del personaggio di Renner a volte sembrano soltanto modi per descrivere ancora più a fondo l’ossessione dell’artificiere, il suo desiderio spasmodico di disinnescare. James non vuole tornare a casa, non vuole vivere una vita tranquilla con sua moglie e suo figlio: James vuole continuare a fare il suo lavoro, rischiare la vita in situazioni estreme per disattivare bombe. Incarna alla perfezione le parole che aprono crudamente il film: “War is a drug”, la guerra è una droga.

Il lavoro della Bigelow è preciso e non lascia nulla al caso. Lo spettatore ha di fronte chiaramente ogni personaggio, ogni motivazione, questo perché il punto del film non è il pericolo o la guerra, ma il modo in cui le persone reagiscono ad essi. Nelle scene di disinnesco la regista rifiuta una suspence artefatta, costruita sulla base di musica crescente o incredibili salvataggi all’ultimo secondo: la suspence è già tutta lì, in quella situazione estrema, nell’ansia del sergente Sarbon, ma anche nell’eccitata abilità di James. La Bigelow ha una grandissima capacità di parlare delle persone e delle emozioni che vivono nel pericolo, e in “The Hurt Locker” la dimostra tutta.

 

                                                                                                                                                     Angelo Matteo

 

 

 

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