Uomini in un mondo ormai perduto

Uomini in un mondo ormai perduto

Appartiene all’epoca dell’esistenzialismo di Sartre, dell’introspezione di Dostoevskij, del simbolismo di Baudelaire, dell’inquietante assurdità di Kafka, dell’ispirazione degli autori di fine Ottocento e inizio Novecento, di Joyce, Strindberg e Pirandello, Le braci di Sándor Márai.

Il romanzo dello scrittore ungherese diventa spettacolo di successo nell’adattamento di Fulvio Calise, nella drammaturgia e regia di Laura Angiulli. Sul palcoscenico del Teatro Nuovo di Napoli dal 23 al 27 ottobre (e in seguito di Galleria Toledo), Renato Carpentieri e Stefano Jotti interpretano i protagonisti della vicenda. Le scene sono a cura di Rosario Squillace, il disegno luci di Cesare Accetta.

Due uomini, ormai anziani, si ritrovano dopo lungo tempo, l’uno di fronte all’altro, e cominciano a ripercorrere gli anni della gioventù, dell’amore, della guerra, con un segreto che, come un’ombra, aleggia su entrambi.

Sopravvissuti al loro tempo, sono entrambi tenacemente rimasti vivi, resistendo stoicamente in una bolla d’attesa, lunghissima, diretta solo al momento cruciale del reciproco rendez-vous.

In questo confronto senza esclusione di colpi, una donna, Krisztina. Una donna, per l’appunto, che si aggira come una tigre silenziosa fra le loro vite in un contesto dove le passioni sono poste a freno dalle regole dei comportamenti, e l’istinto di sopravvivenza si afferma di necessità nell’ora delle scelte decisive.

“Quando il destino, sotto qualsiasi forma, si rivolge direttamente alla nostra individualità, – scrive Márai– quasi chiamandoci per nome, in fondo all’angoscia e alla paura esiste sempre una specie di attrazione, perché l’uomo non vuole soltanto vivere, vuole anche conoscere fino in fondo e accettare il proprio destino, a costo di esporsi al pericolo e alla distruzione…” .

 

 

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