Uomo e tecnologia: il rapporto più attuale

Uomo e tecnologia: il rapporto più attuale

Qual è il rapporto tra l’uomo e la tecnologia? Fin dove si spinge la capacità di quest’ultima di modificare la realtà? Queste sono domande che David Cronenberg, regista canadese, si è posto spesso e quest’anno si pone anche la rassegna “Doppio sogno”, che ha avuto in programmazione uno dei suoi film più noti: “Videodrome”. Nonostante l’assenza dell’ospite previsto per la serata, Emiliano Chirchiano, docente di Fenomenologia dei media, il film presenta chiaramente e con lucidità i temi di cui tratta e prosegue quindi il discorso della rassegna.

I manifesto del film

Max Renn (James Woods) gestisce un piccolo canale televisivo che riempie il suo palinsesto con film pornografici e video di torture e omicidi. Tenta di ritagliarsi il suo spazio nel mercato solleticando i più bassi istinti del suo pubblico. Invitato a una trasmissione televisiva, Renn fa la conoscenza di Nicki Brand (Deborah Harry), conduttrice radiofonica con cui avrà una relazione sessuale e Brian O’Blivion (Jack Creley), un professore che rifiuta di apparire in carne ed ossa e comunica solo tramite videoregistrazioni. Il film prende il titolo da una trasmissione pirata, Videodrome appunto, che Renn vorrebbe mostrare sulla sua rete televisiva e che è interamente incentrata sulla violenza più spinta.

Il film di Cronenberg comincia molto bene, descrivendo in maniera precisa ma non pedante la situazione e le idee del protagonista, mostrando anche da subito quale sarà il taglio visivo della pellicola. È aiutato in questa prima fase dalla straordinaria performance di Woods, volto davvero perfetto per interpretare l’ambiguo Renn. La “normalità” del film però cede velocemente il passo a una deriva allucinatoria, derivante dalle domande che ci si poneva all’inizio: qual è il rapporto tra l’uomo e la televisione? Il prodotto televisivo è reale? C’è nel film chi crede di sì, e crede che le allucinazioni che dominano Renn dopo la visione del tremendo “Videodrome” siano assolutamente vere. Il protagonista è infatti in perenne mutazione nella seconda parte della pellicola, ed è difficile cogliere fino a che punto questa trasformazione stia effettivamente avvenendo o quanto sia piuttosto frutto di immaginazione. Ma oltre a questo, dopo l’ordinata prima parte, il film tende a sfilacciarsi leggermente nella seconda e a perdere di ritmo, soprattutto. Quello che però è di grande qualità per tutto il corso della pellicola è l’aspetto visivo e immaginativo del film, davvero superbo, che arriva a creare delle immagini iconiche e di culto istantaneo.

Forse un ritmo ordinario non era tra gli obiettivi di Cronenberg, ma la sua assenza porta al film un po’ di confusione nello svolgersi degli eventi. Non causa problemi però alla riflessione del regista, che è ancora attuale e interessantissima.

 

  Angelo Matteo

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