Woody Allen: omaggio ai grandi

Woody Allen: omaggio ai grandi

Dopo una partenza prudente sempre più sale cinematografiche, forse rincuorate da un box office che sembra premiare le riaperture, stanno decidendo di ripartire e di aprire le porte al pubblico. Anche a Napoli, dove il solo “Vittoria” è aperto dal 1 maggio 2021, altri cinema riaprono: il 6 il “Plaza” e il 7 il “Modernissimo”.

Il primo propone “Fino all’ultimo indizio”, thriller farcito di star, il secondo “Nomadland”, pellicola pluripremiata agli Oscar, ed entrambi hanno in programmazione “Rifkin’s festival”, ultima fatica di Woody Allen che ha visto la sua uscita posticipata a più riprese a causa del Covid.

Rifkin’s festival” è un’opera alleniana in ogni aspetto e ricalca quasi sistematicamente i cliché intorno ai quali l’autore ha costruito nei decenni la sua carriera. Mort Rifkin (Wallace Shawn) è un ex insegnante di cinema, che ha abbandonato la docenza per scrivere un romanzo: la scrittura procede a rilento, poiché egli pretende sia un capolavoro. È sposato con Sue (Gina Gershon), donna in carriera impegnata nell’ambito della pubblicità, che si occupa di un giovane e narcisista regista francese, Philippe (Louis Garrel), durante il festival del cinema di San Sebastián. Questo festival, al quale Mort accompagna la moglie, è l’ambientazione centrale del film: qui Sue tradisce il protagonista con Philippe, qui Rifkin accusa un dolore al petto che sarà curato dalla vista di Jo Rojas (Elena Anaya), dottoressa di cui si innamora.

Il manifesto del film

Tutto torna in questo film di Allen, e sembra di aver già visto buona parte di questa pellicola in precedenti del regista, in altri momenti o con altri toni. Torna anche l’umorismo, benché in quest’occasione un po’ scarico. Oltre che una storia di relazioni intrecciate “Rifkin’s festival” è però anche qualcosa in più, forse molto in più. Innanzitutto è un omaggio cinefilo al cinema amato da Allen, e che il film mette in opposizione con il cinema contemporaneo, preso in giro nelle poche sequenze in cui Rifkin parla con gente del festival. Durante il film l’aspirante scrittore ha delle visioni, a volte sogni, in cui è all’interno di sequenze dei più grandi film della storia: vengono citati Welles, Bergman, Fellini, Buñuel, Godard, Truffaut. L’amore e il rispetto per queste opere è tangibile e queste scene sono tra le più riuscite della pellicola. Il secondo aspetto, che permette a questo film di essere altro che semplicemente una variazione sui temi alleniani, è il concetto di “capolavoro”: Rifkin a più riprese afferma di voler scrivere un capolavoro o niente. Anche alla luce della lettura di “A proposito di niente”, autobiografia del regista, si capisce quanto questo sia un desiderio di Allen: il suo più grande rimpianto, dice a un certo punto del libro, è di non essere mai riuscito a girare un capolavoro. È commovente la passione e l’ambizione di uno dei più grandi di sempre, che ancora oggi è alla ricerca del suo picco espressivo.

Infine, come terza e ultima particolarità di questo film, c’è una strana melanconia (o forse maturità?) nel finale, che sembra quantomeno più accentuata rispetto al solito. Soprattutto nell’ultima telefonata tra Jo e Mort si sentono nelle loro parole, e nel loro peso, gli orizzonti perduti di una relazione.

“Rifkin’s festival” è una commedia di Woody Allen in tutto e per tutto, che però offre a un occhio attento qualcosa in più, e che rende ancora interessante la produzione di un regista che ha ormai scollinato i 50 anni di carriera.

 

                                                                                                                                      Angelo Matteo

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