Opera viva, la carena esistenziale va in scena al Piccolo Bellini

Renato Aiello

L’Opera Viva è quella parte dello scafo immersa nell’acqua, detta anche carena, completamente opposta all’opera morta, corrispondente a tutto ciò che di un’imbarcazione è situato al di sopra del piano di galleggiamento. Il titolo omonimo dello spettacolo andato in scena al Teatro Piccolo Bellini di Napoli dal 26 gennaio al 4 febbraio 2024, con gli ex allievi della Bellini Teatro Factory, allude all’episodio chiave dell’infanzia dei tre protagonisti. Una produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini.

LA CASA DELL’INFANZIA

Palma, Alfio e Rosario si ritrovano presso lo studio di un notaio per la discussione dell’atto di compravendita della casa al mare di quando erano bambini. L’appuntamento si configura fin da subito, attraverso un gioco di flashback, luci e acqua (letteralmente), come un viaggio indietro nel tempo: una ricognizione di ricordi e confessioni, al pari di una seduta psicanalitica di gruppo. Le vacanze estive prendono forma tra nuotate, secchiate d’acqua, la scoperta dell’altro sesso. Gli interrogativi incalzanti posti dalla notaia sono scanditi dall’elemento acquatico per tutta la messa in scena.

L’ACQUA

Opera Viva

L’acqua in Opera viva, drammaturgia scritta da Elvira Buonocore, diretta da Maria Chiara Montella e interpretata dagli ottimi Riccardo Ciccarelli, Alessandra Cocorullo, Stefania Remino, Gianluca Vesce, rimanda a Eraclito col suo Panta Rei: la vita che scorre e che è scorsa per i tre fratelli.

È elemento vitale di nascita, rinascita e persino di morte allo stesso tempo, a causa della rimozione che i tre ragazzi avevano operato nella loro mente. Essa viene svelata solo nel finale in cui sono rivolti verso il pubblico in sala, pietrificato come i loro volti sconvolti dalla memoria che riemerge a distanza di anni da quella carena della barca.

Se l’immobile viene spesso definito l’inerte nella procedura notarile alquanto invadente, evocando semanticamente la morte, l’acqua cela un passato ancora più funesto per certi versi. Si innesta proprio in questa contraddizione terminologica nautica tra l’opera viva e opera morta il rogito. Un processo, un atto di accusa, uno scambio di battute al vetriolo, un assedio imprevisto, un’implacabile resa dei conti col proprio vissuto.

Una scena di Opera Viva

LE CASE E I CORPI SONO VIVI

Le case delle ferie d’agosto sono da sempre luoghi dell’anima, metaforici e densi di significato. Rifugio della nostalgia, in Opera Viva la proprietà immobiliare dalla forma esagonale (la cella operaia dell’alveare, simbolo familiare e sociale per eccellenza) è più viva dei suoi stessi abitanti. Il caldo torrido, i corpi nudi, i costumi bagnati, i vestiti scambiati tra fratello e sorella si intrecciano nel racconto e si sfilacciano in questa dolorosa e avvincente intermittenza che segmenta e travolge ogni cosa.

Una bella prova d’attori e una regia asciutta, corredati da una scrittura folgorante e incisiva, nonché affilata nei passaggi, regalano emozioni e costringono ognuno di noi a fare i conti con ciò che abbiamo dimenticato o rimosso. Ovvero con quell’opera viva sommersa nelle cripte dell’ego. Senza dimenticare che proprio Fitzgerald sosteneva come tutta la buona scrittura fosse un nuotare sott’acqua, trattenendo il fiato.

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