Venticinque anni fa, Mario Missiroli lo volle nei panni di Argante in Il malato immaginario, l’ultima commedia di Molière. Oggi, Paolo Bonacelli ritorna in questo ruolo nello spettacolo in scena fino al 23 gennaio al teatro Bellini di Napoli, con Patrizia Milani e Carlo Simoni, diretti da Marco Bernardi.
Bonacelli, che cosa le dice Molière tanto tempo dopo?
“Per fortuna ricordo poco di quella messinscena, quindi per me si tratta di un nuovo lavoro. Però ho capito meglio il meccanismo da lui creato e, anche grazie all’esperienza maturata negli anni, posso interpretarlo in modo diverso”.
Come sarà Argante?
“E’ un uomo anziano, molto attento a quel che succede attorno a lui, ma anche ingenuo e semplice, tanto da sorprendersi di fronte alle situazioni più spiacevoli, come il tradimento della moglie. Allora soffre. E’ solo, non a causa della malattia, ma per una solitudine esistenziale. Desidera essere malato, ma ha paura dei medici”.
Che operazione è stata compiuta sul testo?
Con il regista e con Angelo Dallagiacoma che lo ha tradotto, abbiamo cercato di rendere la lingua originale con un italiano moderno, ma che rispettasse i trucchi che gli consentivano di far ridere e di narrar storie. E’ stato ritoccato solo un po’ nei termini tecnici, per esempio la lingua del notaio è più fluida e comprensibile”.
E’ uno spettacolo divertente?
“Anche. Il grande Maestro puntava proprio sul comico, grazie alle sue continue improvvisazioni e noi siamo orgogliosi di rispettarlo. Invece in Italia, quando si fa un classico si esita molto su questo aspetto, come fosse un nervo scoperto. Un atteggiamento piuttosto provinciale”.
Quali sono i temi centrali?
“Si alternano la farsa e il dramma, crisi e critica, toccando i valori tradizionali”.
Molière è morto poco dopo aver interpretato il suo Malato. Si respira un’aria cupa sulla scena?
“Secondo me, no. Penso che lui volesse esorcizzare la morte, non ci pensava, fingeva di morire e per questo faceva ancora più ridere”.
Rappresentare i classici è una necessità per la carenza di nuovi autori?
“Il discorso è complesso, però ritengo che debbano essere assolutamente conosciuti e messi in scena, mettendosi al loro servizio senza usarli, per poter fare dei buoni spettacoli. In Italia c’è stato un eccesso di regie, che ha nociuto alla drammaturgia contemporanea”.
Con Moravia e Maraini, ha fondato il teatro del “Porcospino”, è stato amico di Pinter, che ricordo ha di quell’epoca?
“E’ stato un momento molto bello. Con loro ho capito l’importanza degli scrittori e quanto conti farli vivere in teatro con gli attori. Nel ’66 rappresentavamo un grande come Gadda e ho messo in scena il primo testo di Dacia”.
E’ interprete anche cinematografico, ha lavorato con Pasolini, Tinto Brass, l’anno scorso con George Clooney. Preferisce il set o il palcoscenico?
“Li amo entrambi se fatti ad alto livello. Sono mezzi diversi: il cinema è un lavoro d’intelligenza, il teatro è più fisico, ma consentono uno scambio di esperienze che rende un attore completo”.
A Napoli è di casa. Che rapporto ha con il suo pubblico?
“Ottimo. E’ una città teatrale e difficile, ma anche gli spettacoli non immediatamente fruibili possono dare grande soddisfazione”.
Quale altro progetto ha in cantiere?
“Ce n’è più di uno, ma dato il momento difficile ancora non so quale si realizzerà”.




