Pas a deux, omaggio alla Sala Assoli

Maresa Galli

Cristina Donadio
Cristina Donadio

Un omaggio di classe quello di Cristina Donadio ed Enzo Moscato alla Sala Assoli di Napoli che celebra il trentennale con gli artisti che in questi anni hanno sperimentato, proposto, fatto proprio lo storico spazio dei Quartieri Spagnoli.

Il doppio spettacolo Pas a Deux, prodotto da Compagnia Teatrale Enzo Moscato/Casa del Contemporaneo, presenta “Da questo tempo e da questo luogo – 25 rose dopo”, scritto e interpretato da Cristina Donadio, affiancata in scena da Luca Trezza, e “Cartesiana – 30 anni dopo”, di e con Enzo Moscato.

Lo spettacolo della Donadio, strepitosa interprete con un altrettanto bravo Trezza, è un amarcord, un viaggio della mente nelle ferite mai rimarginate. Lutto straziante è quello vissuto e ancora bruciante, venticinque anni dopo, per la tragica morte di Annibale Ruccello (tra l’altro, uno dei fondatori della Sala Assoli) e Stefano Tosi.

“25 rose dopo” parte da un triangolo, mirabilmente riprodotto dallo squisito allestimento di Tata Barbalato, per unire “tre individui legati da una linea immaginaria – spiega l’attrice anche autrice e regista, per omaggiare un grande del teatro e il pubblico che così conclude:- da qui ho cominciato a mettere insieme ricordi, immagini, pensieri, frammenti di vita vissuta tra il prima… e il dopo… per tessere una drammaturgia dentro cui infilare il nostro bizzarro incontro anniversario”, per trarne un’amorevole confessione mirabilmente narrata dai protagonisti in scena.

Enzo Moscato
Enzo Moscato

Anche Enzo Moscato, che ripropone il monologo che, trent’anni fa, inaugurò la Sala Assoli, emoziona con “Cartesiana”, un classico del teatro contemporaneo. La storia, nell’incantevole stile del drammaturgo che tritura in una nuova lingua immaginifica e ricca di significati una scrittura sensica e polisemica capace di innovare idiomi, metafore, passato e presente, per raccontare le peripezie di tre trans partenopei alla ricerca di un’identità sessuale. Cartesiana, Inciucio e Cha Cha Cha sognano di trasformarsi finalmente grazie al celebre chirurgo plastico della clinica Azuléjos, simbolicamente racchiusa nel periglioso e quasi irraggiungibile santuario dell’isola iberica al quale si approda via mare, proseguendo dopo Mergellina, superando le Colonne d’Ercole… I tre amici affronteranno, in una sorta di immaginifico, surreale racconto di formazione, pericoli d’ogni sorta – è lungo e crudele il viaggio, ma ne vale ben la pena… Ognuno, nel proprio cuore, aspira all’amore, quello vero, e le note romantiche di “Vorrei che fosse amore”, così come “I maschi innamorati” e le altre sapienti melodie del canzoniere accompagnano i sogni ancora intatti dei trans, offesi, abusati, integri nella loro dignità. Nella loro mente balena il bisturi per la palingenesi o trasmutazione e l’obiettivo finale consente loro di affrontare una ciurma assatanata nella terribile traversata condita da indicibili avversità marine, di convivere con la straziante visione di centinaia di innocenti affogati nel mare “ulcemico” che monda di tutti i peccati – inevitabile nemesi. Una dimensione ossimorica di una lingua teatrale unica e polisemica, capace di fondere armonia e cacofonia, tradizione e rottura della tradizione, ridondanza e iperbole per rispecchiare il caos, le mille sfaccettature e lacerazioni, le metamorfosi in un’alchimia junghiana che mostra la possibilità di misurarsi con la parte oscura e profonda dell’individualità.

 

 

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