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Patrizia Palmieri

Angela Matassa

Riporterà presto in scena il suo Speriamo che sia maschio. Patrizia Palmieri, autrice e regista dello spettacolo, si dedica alla scrittura e all’insegnamento. Tiene, infatti, un corso presso lo spazio polivalente Art and Art di Napoli. “E’ un laboratorio propedeutico per chi vuole accostarsi al mondo del teatro. – spiega – Ma non escono attori, è solo un primo passo verso la formazione”. Ricordando i tempi del Mezzo Teatro, da lei diretto negli anni Novanta e chiuso per le solite difficoltà economiche, sottolinea la forte volontà di andare avanti con le proprie forze, di non lasciarsi avvilire dalla situazione critica. “Da noi, all’epoca, hanno rappresentato attori importanti, ne cito uno per tutti: Carlo Cerciello, che nel 1994 mise in scena il suo primo spettacolo, A sud di Paperino”.

Tornando a Speriamo che sia maschio, c’è qualche riferimento al celebre film Speriamo che sia femmina?

“No. Tocco una tematica diversa: la volontà di integrazione tra uomo e donna. Siamo nel terzo millennio e non mi sembra il caso di parlare di separazioni, anzi. Ne sono protagoniste tre donne che si mettono in discussione, c’è un incontro generazionale tra ragazze, madre e zia”.

In che modo tratti il rapporto con l’uomo?

“Dopo il ’68 le donne hanno fatto scelte radicali, le rivendicazioni di allora, hanno portato anche a una perdita della femminilità. Oggi bisogna dare un messaggio diverso, ma non manca la denuncia dei programmi televisivi che creano illusioni di successo o di facili guadagni e, peggio ancora, della mercificazione del corpo, che vale oggi anche per gli uomini. Le donne dovrebbero dimostrare la loro forza in modo diverso. Non è necessario usare certi mezzi per farsi valere”.

Com’è impostata la regia?

“Ho inserito anche filmati e brani musicali originali, composti da Marco Musumeli.

Come vedi il futuro del teatro?

“Credo che andrebbero sostenuti i piccoli spazi che a loro volta aiutano a crescere i piccoli gruppi, che non trovano opportunità nei grandi teatri. Le strutture pubbliche dovrebbero far lavorare tutti, senza seguire la logica delle lobbies e favorire gli artisti del territorio. Oggi neanche più nelle fiction napoletane ci sono i napoletani. Mi sembra troppo”.

Insomma, è una battaglia continua.

“Sì, ma noi ce la mettiamo tutta”.

 

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