Poesia, rabbia, finzione per il popolo senza voce

Angela Matassa

Una scena (foto di Andrea Falasconi)
Una scena (foto di Andrea Falasconi)

Affida al poeta il racconto delle vicende del popolo palestinese. Dimenticato, abbandonato, inascoltato da un Occidente sordo e cinico, che arma la mano del nemico storico nell’interminabile conflitto armato, in cui tutto si confonde: religione e sete di potere, sopraffazione e violenza e che oggi gioca con la fobia diffusa del terrorismo e una visione antiaraba. Il cielo di Palestina, progetto di Carlo Cerciello, torna in scena al Teatro Elicantropo di Napoli dal 7 gennaio al 7 febbraio 2016.

Brechtianamente, il regista partenopeo divide l’azione in quadri e fa urlare a un gruppo di eleganti cecchini le ragioni israeliane, le strategie messe in atto per colpire i palestinesi. “Ma i bambini no, non li uccidiamo se hanno meno di dodici anni”, spiegano a una stereotipata conduttrice, tra le luci di una qualunque ribalta televisiva.

Inconfondibile la cifra stilistica di Cerciello, che per stigmatizzare il mondo dell’informazione, mette intervistati e intervistatori sotto i riflettori e una musica assordante.

Ma siamo già nella finzione, nella surreale visione di una tragedia alla quale il regista prepara il pubblico ancor prima di entrare in sala. Nell’anticamera del teatro, si assiste alla proiezione di alcuni filmati di guerra: bambini e carrarmati, corpi sventrati, uomini e donne mutilati, un territorio martoriato e poi il video che racconta la trucida vicenda della giovane americana Rachel Corrie, schiacciata da una ruspa mentre difendeva un edificio civile, sulle note dal vivo di una canzone palestinese e della storica ’pacifista’ Imagine, interpretate da Valentina Clemente e Rosaria Alba Chiariello.

In sala, nell’antro buio di un teatro (tuttora) d’avanguardia, gli spettatori viaggiano sulle parole appassionate del maestro, interpretato dal palestinese Omar Suleiman, che ricorda il suo dolore, il dramma delle radici spezzate. Ed ecco i pochi metri di una cella carceraria, la storia dell’allievo Fares (Raffaele Imparato), torturato e imprigionato.

Su una scena (di Massimo Avolio e Roberto Crea), divisa su tre livelli, tornano i ricordi nei flash-back, i momenti familiari, le raccomandazioni di una madre preoccupata ma lucida (una addolorata Imma Villa). E quando, dopo uno dei tanti terribili bui, appare l’Uomo in croce, circondato e pianto da un coro di donne, giunge il messaggio: è l’abbandono in carne ed ossa, la vana preghiera di salvezza.

Una scena  (foto di Andrea Falasconi)
Una scena
(foto di Andrea Falasconi)

Una questione ancora aperta, un genocidio che si perpetua, una vicenda che dal 2000 (primo anno in cui Cerciello ha messo in scena le parole poetiche di La terra più amata, voci della letteratura palestinese) nulla è cambiato per gli uomini e per le donne di quella terra. Basta, perciò, citare l’attuale presidente degli Stati Uniti per ‘aggiornare’ il tempo del racconto.

Così il poeta-maestro, espropriato perfino della tomba, scoperchiata da una ruspa nemica, ancora tormentato e interrogato (ove mai fosse possibile) da un ottuso rappresentante del governo israelita, diventa simbolo degli oppressi, dei poveri, dei perseguitati di sempre. Una messinscena chiaramente “di parte”, dunque, dalla parte della gente senza voce.

Un pugno nello stomaco questa messinscena, un urlo che turba la nostra tranquilla quotidianità, che parla di realtà, di cronaca, di attualità, che il regista riesce a trasformare in Teatro, drammatizzando storie e racconti, ma mettendo, per amor di verità, su un binario parallelo le immagini trasmesse dai mass media.

Sulla scena il nutrito gruppo degli allievi del Laboratorio di formazione dell’Elicantropo, che denunciano la rabbia e la voglia di riscatto dei protagonisti veri. E la musica di Paolo Coletta che accompagna e colpisce.

 

Categorie

Ultimi articoli

Social links

Notizie Teatrali © All rights reserved

Powered by Fancy Web