Quando la vittima perdona il carnefice

Maresa Galli

Una scena
Una scena

La giovane iraniana Ameneh Bahrami, accecata e sfigurata con l’acido da un uomo che aveva rifiutato di sposare, rinuncia all’ultimo minuto ad applicare la legge del taglione, graziando il suo aggressore nel giorno in cui quest’ultimo avrebbe dovuto essere accecato. Majid Movahedi, condannato nel novembre 2008 all’accecamento con acido versato negli occhi in applicazione della “qesas”, la legge del taglione in vigore in Iran, con la sua esecuzione che tiene col fiato sospeso lo spettatore, è al centro di “Chiudi gli occhi”, il lavoro in scena al Teatro Nuovo per il Napoli. Teatro Festival Italia.

Dal Bangladesh all’India al Pakistan alla Cambogia (con casi in Europa), il numero delle donne ustionate dall’acido è terribile.

Grazie alla sensibilità di Patrizia Zappa Mulas, in scena con Fabio Bussotti, Elia Schilton, Luciano Virgilio, la storia di Ameneh diviene cronaca di un evento giudiziario, teatro di denuncia, thriller, col fiato sospeso fino al momento dell’esecuzione della pena (o della tortura?), commedia.

Due amici, Xavier e Abu Meddin, discutono animatamente della necessità di accecare Majid, contrapponendo due codici, due culture, due religioni, prendendo le parti di vittima e carnefice. E’ il 14 maggio 2011, il giorno nel quale Amineh è attesa a Teheran per eseguire la sentenza. I responsabili dell’associazione contro le pene corporali , Xavier, Abu Meddin, musulmano francese e sua moglie Annie, preparano un ricorso all’Onu per fermare l’esecuzione della sentenza. Un passo avanti per la legge che considera la donna inferiore all’uomo e che le consente di appellarsi alla Sharia: Ameneh potrà versare quaranta gocce di acido solforico negli occhi del suo aggressore che l’ha sfigurata e costretta ad indicibili sofferenze, per sempre marchiata nel corpo e nell’anima. Il medico incaricato di eseguire la condanna si rifiuta e dunque toccherà ad Ameneh, un futuro di ingegnere elettronico spezzato dal dolore inflittole da parte “dell’idiota della classe”, del poco brillante Majid. Non è crudele tenerlo rinchiuso in una cella buia da sei anni in attesa dell’esecuzione, si domanda il più caritatevole Xavier? Non è forse lei una fondamentalista che non conosce la cultura del diritto, la pietas per applicare la legge del taglione? In fondo lui era solo una vittima, un ignorante, un contadino molto innamorato che voleva mostrarle il suo amore… E’ lui il debole, ora. Tesi insostenibili. Ameneh potrà infine accecare un solo occhio perché la donna vale la metà di un uomo. E’ la legge sacra e lei è devota.

Nella storia entra il difficile rapporto di coppia di Abu Meddin con Annie, che si è allontanata da lui, bigamo (ma non per la sua legge), avendo sposato una musulmana figlia di un oppositore del regime. Non è forse lo stato giuridico delle donne la cartina di tornasole del diritto?

Si scontrano, negli accesi, infuocati dialoghi, due culture, due mondi di diritto, le diverse visioni dell’universo femminile. Colpisce anche il discorso del dottore, che parla al buio acceso solo dalle candele, dell’aggressività dello sguardo, della impossibilità di guardare il reale deformato dalle nostre proiezioni. Molto bravi gli attori che alla fine diventano ciascuno, come spiega la regista, ciò che odia, “messaggeri esausti e stizziti che portano alle nostre orecchie qualcosa di osceno”. Tra le mani di Annie, valente avvocato che si batte per i diritti delle donne, umiliata, abbandonata, tradita, solo una macchinetta di caffè bollente e dinanzi a lei un marito lontano anni luce. Al culmine delle offese e delle mortificazioni reciproche tra Annie a e Abu Madden vi sarà un gesto eclatante da parte di lei. Un paradosso per un’occidentale, femminista, giurista, brillante avvocatessa cedere alla brutalità, alla violenza?

 

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