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Quei padri assenti di oggi

Maresa Galli

Diciotto attori in scena per dare corpo al lavoro di Gabriele Russo Odissè – in assenza del padre, tratto dall’Odissea di Omero. Dopo aver debuttato al Napoli Teatro Festival lo spettacolo approda al teatro Bellini di Napoli colpendo/coinvolgendo lo spettatore in un territorio aperto, antro e piazza, spiaggia e caverna, antico approdo e incerto/devastato futuro. Immediatamente precipitano in scena giovani forsennati, primitivi, che scavano rabbiosamente la terra per cercare ciò che non troveranno. Di chi è la colpa dello sfacelo? Chi paga il prezzo più alto, chi sconfigge o colui che è sconfitto? Tutti si accusano a vicenda e il guardiano che li osserva e commenta implacabile la rovina che si abbatte sull’uomo (colpevole) è coscienza collettiva, è coro greco. Qualcuno “ha mangiato tutto”, distruggendo il proprio territorio, la propria vita, il futuro delle nuove generazioni.

Il napoletano, intercalato con l’italiano, conferisce più forza al verso, alle battute, ai dialoghi, come quello di Penelope con il figlio Telemaco che attende felice il ritorno del padre- eroe. In realtà Ulisse non è un eroe ma un traditore che è scappato e ancora gira per il mondo, seduce donne, non vuole tornare tra incanti di Sirene e pericoli sempre in agguato con i mostruosi Scilla e Cariddi nello stretto di Messina, Circe, Calipso, Tiresia… Il viaggio è allucinazione, e il ritorno a Itaca è ancora più devastante con i Proci che hanno occupato il palazzo di Ulisse, la necessità di liberare il popolo. Ma liberare da chi? Cosa far credere ai giovani? Questo si chiama fare politica, ammansire/sedurre con le sirene dei media, con martellanti campagne pubblicitarie che spingono a votare… Novelli prepotenti e usurpatori si gettano nell’agone e di sicuro i giovani hanno bisogno di una marcia in più per farcela – dunque, che marcino! Scene molto dure, intense, raccontano il dramma dell’attuale generazione di figli senza padri, di domande aperte che l’uomo si pone da secoli e alle quali sembra non riuscire a dare una risposta. Dobbiamo controllare la creatività della gente, tenerla addormentata, dicono i nuovi proci assetati di potere.

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Una scena dello spettacolo

Un duro spaccato di cronaca racconta di un paese vittima di catastrofi che per alcuni diventano nuove opportunità di ricchezza… Perché abbiamo bisogno del ritorno di Ulisse? Perché tanta passività, sgomento? Non esistono eroi, solo uomini che aspettano e aspettano. “Ricordate – spiega la voce all’altoparlante – che la maggior parte dei vostri sogni è impossibile ed è colpa vostra”. Con Odissè “ci troviamo in un luogo di domande e non di risposte – spiega l’autore – di smarrimento e non di certezze, di sguardi persi nel vuoto, di figli che cercano padri, di cittadini che cercano punti di riferimento, di persone che corrono senza sapere nemmeno il perché”.

Un bel lavoro con un ottimo cast, belle scenografie di Francesco Esposito e movimenti coreografici di Eugenio Dura, una lettura del mito come tempo presente per fare i conti con l’assenza, colpevole. Un po’ forzato il collegamento con la politica contemporanea, con i referendum pilotati e i persuasori occulti. Basta la metafora del potere, lo scontro tra i due gruppi di umani, entrambi smarriti nelle procelle del tempo presente.

Un momento dello spettacolo (foto di Francesco Squeglia)

 

 

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