Rivive il ‘700 Napoletano alla Domus Ars

Renato Aiello

In un’epoca barbara come la nostra, né selvaggia né saggia, siamo passati dallo scontro di civiltà (in realtà solo sopito) a quello culturale, tipico delle età di passaggio. Non si tratta solo dell’inevitabile spinta verso la modernità, ma della contrapposizione tra ideologie, a volte fanatiche come quelle del #metoo e della cancel culture, oppure tra mode e recuperi del passato. Cosa non molto dissimile dalla rivoluzione che accadde anche nella seconda metà dell’Ottocento in Italia, e pian piano nel resto d’Europa, con l’affermazione delle cantanti liriche donne a discapito dei castrati.

A raccontarci questi due mondi in aperta sfida ci ha provato Antonio Mocciola con la sua drammaturgia “Voce dal sen fuggita”, diretta insieme all’attore e regista Diego Sommaripa, e interpretata dal mezzosoprano Gabriella Colecchia, da Antonio D’Avino e Andrea Cancelliere, sulle note al pianoforte del maestro Gianni Gambardella. Lo spettacolo, inserito nella cornice del Festival Internazionale del ‘700 Napoletano (rassegna di musica e teatro giunta alla XXI edizione), rievoca le carriere di Giuditta Pasta e di Giovan Battista Velluti, rispettivamente un mezzosoprano in piena ascesa e un castrato sul viale del tramonto.

Lo scambio di battute al vetriolo tra i due ricorda un po’ il classico di Billy Wilder appena citato, e si sviluppa per certi versi nella direzione di una sorta di “Eva contro Eva” ottocentesco, con l’unica differenza di avere un uomo e una donna al posto delle due dive del film di Mankiewicz.

Ad accompagnare la messa in scena ci hanno pensato le arie di Zingarelli, Vaccaj, Nicolini, Meyerbeer, Bellini e Rossini. Il clima romantico nell’Italia risorgimentale imponeva ormai la scelta di voci femminili in ruoli che, fino al secolo precedente, erano stati appannaggio esclusivo dei castrati. Così per questi uomini, prima mutilati da piccoli e poi umiliati e derisi fuori dai teatri a ogni occasione, si aggiunse l’ennesimo stigma sociale: quello delle celebrità fallite, degli ex sovrani costretti ad abdicare e a lasciare il posto al nuovo.

Una scena dello spettacolo

Per “Il Crociato in Egitto” il musicista Meyerbeer decise di sostituire la voce acuta di Velluti con quella di Giuditta Pasta, nella sorpresa generale più assoluta. L’incontro casuale tra i due a Napoli non fu privo di scintille, ironie malcelate, sarcasmo pungente a tratti: due giganti in lotta e in aperto contrasto, entrambi però fragili come cristalli, e così simili nell’emarginazione e nella discriminazione sociale. Dopo tutto l’Italia del XIX secolo era pur sempre una società patriarcale e i cantori evirati o castrati non se la passavano certo meglio delle donne. Vittime di pratiche abominevoli prima della pubertà, senza alcuna possibilità di scelta data la giovane età al momento dell’intervento chirurgico (un eufemismo per “macelleria”), e privati del diritto di farsi una famiglia, i castrati si trasformarono di colpo in disoccupati malinconici e disperati: “elefanti canori, relitti di un mondo perduto”.

La diva in declino Norma Desmond in “Viale del Tramonto” sosteneva di essere ancora grande e acclamata, a differenza dello schermo “diventato piccolo”. Di sicuro per questi artisti ottocenteschi, un tempo applauditi e venerati dal grande pubblico, la vita divenne improvvisamente davvero troppo piccola.

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