Santanelli e l’ironia

Anita B.Monti

Manlio Santanelli
Manlio Santanelli

Un titolo divertente e curioso per l’ultimo lavoro editoriale del drammaturgo Manlio Santanelli. Religiose, militari e piedi difficili, una raccolta di racconti appena pubblicata da Giammarino editore.

Manlio come nasce?

“L’ho “rubato” all’insegna di un ciabattino che aveva la bottega nel Centro Storico di Napoli, nel periodo del dopoguerra. Non c’è più, ma la ricordo benissimo.

La prefazione è firmata da Ugo Gregoretti. Un intellettuale davvero speciale.

“Ho scelto lui perché è una delle persone più spiritose che conosco. Gliel’ho chiesto ed ha accettato con piacere”. Introducendo all’opera, il regista romano scrive che si tratta di racconti dall’apparenza morale, ma scavalcati dalla fantasia. E’ questa la chiave che rivela la scrittura?

“E’ un libro incentrato sull’irregolarità. Come quella dei piedi delle monache, che si recavano da quell’artigiano per farsi realizzare le scarpe su misura. O dei militari. Sono convinto che le stranezze si trovino nella gente comune. Basta radiografare la realtà e scoprire che cosa nasconde”.

La sua arma è sempre stata l’ironia, sia scriva di teatro che narrativa, vale anche per quest’opera?

“Questo volume nasce dalla voglia di esplorare la marginalità, che esiste in ognuno di noi. La bizzarria delle situazioni. Portate all’estremo, le piccole anomalie diventano patologiche”.

La commuovono le situazioni che descrive?

“Qualcuno mi ha detto che, leggendole, ha riscontrato un sentimento di compassione. Ogni lettore coglie un aspetto”.

Ventuno storie, tutte in italiano, che riguardano uomini, donne, giovani, vecchi. Come definirebbe questa raccolta?

“Un campionario di circostanze paradossali, il filo rosso che le lega è, infatti, l’imprevedibilità”.

Nei suoi tanti testi teatrali ha affrontato molti temi: la religione, la paura, la credenza, il sogno, la follia, i rapporti familiari. Da “Uscita d’emergenza” a “Regina Madre” a “Disturbi di memoria” a “Il baciamano” e tanti altri, divenuti spettacoli di successo in Italia e all’estero, dalla Francia, sua seconda patria, alla Russia. C’è in questi racconti un argomento che non ha mai trattato?

“Sì, non avevo ancora affrontato la morte degli oggetti. Non pensavo che il concetto di fine potesse estendersi alle cose, oltre che agli uomini e agli animali. La storia che ho creato è quella di un individuo che durante l’infanzia aveva rotto una pistola di legno e aveva voluto seppellirla. Dopo sessant’anni, gli amici lo invitano alla sepoltura dei pezzi di un’auto: nasce il cimitero degli oggetti. Senza saperlo, quel bambino aveva inaugurato una moda”.

La copertina del libro
La copertina del libro

Incursioni nel fantastico e nel paradosso.

“Sì, ma in la fantasia non è accettata da tutti come esercizio della mente e l’ironia è poco praticata da noi”.

Ci sono autori particolari ai quali s’ispira?

“Direi che dalla lettura degli autori anglosassoni, in particolare degli Illuministi, Swift con “Una modesta proposta”, mi hanno influenzato”.

Questo è la seconda pubblicazione che ha affidato all’editore Giammarino.

“Sono grato a lui e agli editori rampanti, che danno spazio agli scrittori, che, pur se conosciuti in altri campi, non sono accolti dalle grandi case editrici, se non appartengono a qualche casta. Inoltre, in Italia ci si sorprende se un autore di teatro si dedica alla narrativa. E’ solo un altro passo nella scrittura, che dà possibilità diverse. La pagina, infatti, va oltre il teatro, è più riflessiva rispetto alla drammaturgia. Nel nostro Paese, c’è un pregiudizio, uno steccato tra i due generi che nel resto d’Europa non esiste. Per me, ogni volta che si pubblica un libro, è come se si aprisse una nuova finestra ”.

 

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