Straordinario Orsini/Ivan Karamazov

Angela Matassa

Ha sempre amato Ivan Karamazov. Umberto Orsini, che ha più volte rappresentato i testi di Dostoevskij, interpretando spesso proprio Ivan, ritorna a questa passione.

E sembra non invecchiare, pur non avendo più quei capelli biondi che aveva regalato anche al personaggio, il novantenne attore è straordinario interprete, che in scena nel suo Le memorie di Ivan Karamazov, scritto con il regista Luca Micheletti, travalica i secoli e i suoi anni, per essere ancora una volta Ivan.

Ma oggi, in scena, al Teatro Mercadante di Napoli, non c’è la penna del genio russo, bensì la sua e quella di Micheletti. Orsini è solo, monologante, alza e abbassa i toni, salta da un punto all’altro, si arrabbia e s’incupisce. Circondato dall’efficace scenografia di Giacomo Andrico, con giochi di luce di Carlo Pediani e nei costuni di Daniele Gelsi, accompagnato dai suoni di Alessandro Saviozzi, riporta a quel secolo. C’è un crocefisso rovesciato, appeso a testa in giù. A destra c’è la lunga falce della Morte livellatrice. E una botola da cui emerge una luce rossa infernale, o forse il sottosuolo della sua mente.

Coraggiosi entrambi, gli autori, a farsi continuatori di una scrittura e di una storia così complessa, toccante e profonda. Questo, per dare seguito alla vicenda di un personaggio incompiuto, “abbandonato” in tribunale dall’autore, dopo il processo per parricidio, commesso invece dal fratellastro Smerdiakov, da lui sobillato.

Orsini Grande Inquisitore. (foto di Fabrizio Sansoni)

Oggi, resto una contraddizione che sopravvive nel tempo, né vivo del tutto, né morto davvero. A metà strada tra i vivi e i morti, tra il bene e il male, la verità e l’errore. L’odio e l’amore”, proclama il cattivo mai pentito.

Identificandosi con il giovane Karamazov, il grande attore conclude la storia di Ivan, quasi fosse la propria. Sembra di assistere a una confessione o a un testamento spirituale di Umberto Orsini, che attraverso il suo alter-ego letterario, confida agli spettatori la sua vita, la lunga strepitosa carriera.

Alcune citazioni rientrano nel nuovo testo, come l’incipit di “Memorie dal sottosuolo”: “Io sono un uomo malato, sono una persona cattiva”, che apre e chiude lo spettacolo. Molto spazio dà a “La leggenda del Grande Inquisitore” dostoevskiano, per affrontare il tema della fede, della morale, dell’esistenza di Dio, dei grandi valori. La riflessione sul male e sulla libertà. Il racconto è rivolto al fratello Alioscia, da immaginare seduto su una sedia ad ascoltarlo.

Il tributo del pubblico è stato grande. Lunghissimi applausi e standing ovation all’attore straordinario, che incolla alle poltrone.

Imperdibile.

 

Categorie

Ultimi articoli

Social links

Notizie Teatrali © All rights reserved

Powered by Fancy Web