Supereroi e kolossal bellico all’italiana

Renato Aiello

Dopo il successo di pubblico e critica di “E lo chiamavano Jeeg Robot”, e la vittoria a man bassa di David di Donatello nel 2016, Gabriele Mainetti era atteso in sala con aspettative altissime per la sua nuova prova registica. E in parte queste sono state ripagate dalla visione di “Freaks Out”, uscito in sala a fine ottobre, che rivede la collaborazione con Claudio Santamaria nei panni stavolta di una sorta di uomo lupo (o uomo scimmia) dalla forza sovrumana. Il classico freak, il fenomeno da baraccone che dava spettacolo nei circhi umani di fine Ottocento e inizio Novecento. – degni eredi dei primi show Barnum – al quale si aggiungono altri tre compagni di viaggio: l’albino che sa attirare le lucciole, il nano “magnetico” e la ragazza “elettrica” che volteggia leggiadra, accendendo lampadine col solo tocco di una mano o con le labbra.

Si capisce subito dal long take iniziale che questi fenomeni non sono i classici freak della tradizione, ma una specie di X-Men o supereori ante litteram, sicuramente dotati di poteri speciali. Nella magia della scena iniziale, degna del grande cinema degli albori e quasi dal respiro Scorsesiano di “Hugo Cabret”, irrompe purtroppo la brutalità della guerra, con un bombardamento rappresentato in scena con effetti speciali degni del migliore cinema Hollywoodiano. Questo kolossal tutto made in Italy però non rinuncia alla poesia e alle emozioni del cinema più “artigianale” ed europeo, soprattutto nella bella storia che a tratti possiede echi della “Vita è bella” di Benigni e persino di “Train de Vie”. Merito forse anche delle note un po’ ispirate agli archi di Nicola Piovani e all’atmosfera da fiaba nera: i quattro freak non sono poi così dissimili da Pinocchio e Lucignolo. Come il burattino di legno anche loro hanno un disperato bisogno di vivere e non esitano a raggiungere il Mangiafuoco di turno nel paese dei (presunti) balocchi, ovvero il circo tedesco guidato dal nazista Franz nella Roma occupata dopo il 16 ottobre del ’43. Per poi scappare rocambolescamente e provare a salvare il loro Geppetto (un magnifico Giorgio Tirabassi, impresario giudeo della vecchia compagnia) deportato sui treni per i lager in Germania, proprio come l’ebreo Giona che visse nella balena biblica (e che è un ennesimo rimando alla fiaba di Collodi). “Da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, recitava il mantra che abbiamo appreso dal primo Spiderman apparso al cinema col nuovo millennio, e anche qui i nostri superdotati sono costretti a rivestire i panni degli eroi nel momento più buio della Storia italiana, ovvero quello dell’occupazione nazifascista.

“Freaks out” si trasforma così anche in una versione di “Bastardi senza gloria” in salsa italiana, lontano però dall’equilibrio e dalla sceneggiatura asciutta di Quentin Tarantino, che di certo non è un regista improntato al rigore. Il film eccede in parossismi, si rivela barocco e quasi ipertrofico, in alcuni passaggi persino naif, specialmente nel ritratto della Resistenza partigiana italiana. Per non parlare delle visioni futuristiche del cattivissimo Franz, novello Caino o Romolo fratricida, un villain alle prese con due doni: sei dita per ogni mano e la preveggenza, con tanto di smartphone pronto a illustrare fasti e caduta del Terzo Reich in piena Seconda Guerra Mondiale.

Bravissimi anche gli altri attori, su tutti la ragazza orfana con poteri elettrici, seguita dal talento di Pietro Castellitto (l’albino), figlio d’arte sia come attore che come regista della sua acclamata opera prima, “I predatori”.

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