Una condanna bruciante

Maresa Galli

Una scena
Una scena

Entra in una scena totalmente buia fischiettando un motivo lugubre, raggelante, indossando un cappuccio da boia e indirizzando un agghiacciante fascio di luce rosso sangue sul pubblico. Sceglie in modo casuale alcuni spettatori e li invita, in veste di “giurati”, a sedere nell’immaginario tribunale allestito sulla scena ai lati della ghigliottina. Orazio Cerino, protagonista di Condannato a morte, the punk version, spettacolo scritto e diretto da Davide Sacco, mette in scena la tortura psicologica di un uomo, mirabilmente descritta da Victor Hugo nel suo romanzo “L’ultimo giorno di un condannato a morte”.

Presentato da Gittiesse Artisti Riuniti e Avampostoteatro al teatro Elicantropo di Napoli, il lavoro, ancora attuale, è bruciante denuncia della barbarie dell’omicidio di Stato: la pena di morte e più in generale della disumanità dei sistemi penali. Modernità e universalità di Hugo che, come solo i grandi scrittori, ha saputo raccontare le emozioni che agitano la mente, il corpo di un uomo del quale non è importante conoscere nome o colpa, nel suo ultimo giorno di vita. Il protagonista esclama: “Condannato a morte! Sono cinque settimane che abito con questo pensiero, sempre solo con lui, sempre agghiacciato dalla sua presenza, sempre curvo sotto il suo peso! (…) Ho il corpo in ceppi in una cella, la mente imprigionata in un’idea. Un’orribile, una sanguinosa, un’implacabile idea! Non ho più che un pensiero, una convinzione, una certezza: condannato a morte!”. Ma in fondo, che cos’è la vita per cui la si debba rimpiangere? La morte “per il bene dello Stato” non può cambiare gli uomini e lui non riabbraccerà mai più la piccola figlioletta Mariette. Chi la bacerà, consolerà, chi l’amerà, povera orfanella? Da grande si vergognerà, verrà disprezzata, respinta a causa del padre? Nel cuore dell’uomo campeggia ancora la speranza della grazia, di rimanere forzato perché “un forzato è qualcuno che ancora cammina, che va e viene, che vede il sole”.

Il lettore di Hugo partecipa con emozione alla terribile attesa della pena capitale, il pubblico a teatro partecipa dell’angoscia, della speranza, del gelo che attanaglia l’uomo, della sua rabbia verso un sistema giudiziario spietato, di un’esecuzione che azzera ogni conquista dell’umanità. Siamo tutti partecipi della crudeltà della pena di morte e non a caso il coinvolgente spettacolo che toglie il fiato gode del patrocinio di Amnesty International. Possiamo ancora firmare “contro l’assassinio della ragione, della libertà”, possiamo portare luce nelle celle oscure di tanti luoghi del mondo, fare nostro il grido di disapprovazione di Hugo.

Cerino, modulando con sapienza accenti, timbro di voce, espressioni, gestualità, dà vita ai vari personaggi che il protagonista della pièce incontra nel suo “ultimo giorno”. Batte il tempo sul microfono, emblematico, immaginario orologio a pendolo che scandisce gli ultimi momenti di vita del condannato. La partecipazione nella veste di giurati di alcuni spettatori, oltre ad annullare la distanza tra pubblico e scena, accentua la partecipazione ambigua degli spettatori coinvolti nella tragica vicenda del condannato, ascoltando i suoi ultimi pensieri per assumere, alla fine, la veste di boia, incappucciati.

Intenso récit-poème dell’autore appena ventisettenne, che anticipa i romanzi Notre-Dame de Paris e i Misérables, richiamando alla mente il destino di Jean Valjean. Non dai libri deriva l’orrore dello scrittore ma dalle sue camminate per Parigi in un giovedì d’esecuzione e dall’incontro con i carcerati a Bicetre. Una scrittura allucinata, visionaria eppure lucidissima, uno sguardo sociologico alla folla degli spettatori assetati di sangue, ai “curiosi parigini”, ad un sistema punitivo e disumano. La versione teatrale di Sacco, con musiche dal vivo eseguite da Martina Angelucci, restituisce la rabbia punk di un condannato a morte nel suo agghiacciante, toccante monologo del Dernier Jour.

 

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