Viaggio d’iniziazione

Redazione

Una scena
Una scena

Storie d’immigrazione allo ZTN-Zona Teatro Naviganti di Napoli, dall’11 al 13 marzo, con la Compagnia Rena Libre in Scarpe di Mizan-Traversata sulla fuga e altri fossi, scritto a quattro mani da Daniele Marino e Marina Cavaliere. Lo spettacolo, interpretato e diretto dallo stesso Marino, s’interroga sulla condizione dell’emigrato, partendo dall’osservazione della cronaca attuale.

La pièce racconta del viaggio intrapreso da un giovane profugo che vaga per l’Europa alla ricerca di salvezza. Un’Europa che diventa per lui la scoperta di un mondo indifferente e violento, ricco di speranze e di falsi miti, specchio di una società distratta, mirata alla globalizzazione dell’individuo, anche a costo della sua libertà personale.

La storia di Mizan, che affonda le radici in una realtà sempre più attuale ed urgente, si sostanzia, nel lavoro di Daniele Marino, di una materia simbolica che la trasforma in un dichiarato gioco teatrale. All’interno di una narrazione serrata che prende le distanze dalla speculazione dei media sull’argomento, il regista dimostra  l’impossibilità di rappresentare in teatro un tema come l’immigrazione.

Ciò che viene raccontato è un emblematico viaggio d’iniziazione alla ricerca di sé e dell’Altro mediante il corpo, le parole e i pochi oggetti in scena che sono assurti a simulacri, simboli estremi del continuo peregrinare. Scarpe di Mizan – dicono gli autori –  è un sincero ed intimo racconto di un’esistenza-resistenza che attraversa ogni tempo e ogni luogo, offrendo una chiave di lettura poetica sulla figura dell’errante, del migrante e dell’attore, anch’egli clandestino in un mondo spesso poco sensibile all’arte”.

 

“Mizan ha vent’anni. È scappato dal suo paese con la speranza in uno zaino. – spiega il regista – L’Europa è davanti: sogno e castigo. Indossare le sue scarpe significa testimoniare il suo viaggio, la metamorfosi del ragazzo che non è più, manichino ormai alla deriva, maschera rinvenuta dal Mediterraneo, distaccandosi per un momento dalla sola immagine che arriva dai media. Lasciarlo sulla scena a tracciare nuove rotte possibili. Pedina estrema, senza possibilità di scelta, dove si è disposti a tutto pur di toccare con un dito un’altra possibile esistenza. Un confine immateriale ci divide sempre. Tutti migriamo verso qualcosa d’irraggiungibile imparando a saltare fossi. Il teatro forse può ridefinire questa condizione, questa eterna distanza, abbreviarla. Dando corpo e nuova voce ad un essere che non vediamo, eppure è seduto accanto a noi. Figura in perenne movimento, in cammino sull’Europa desolata e le parole”.

 

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